7 del mattino del 1° ottobre 1972 – di Maria Rosaria Cazzato

  • Home
  • 7 del mattino del 1° ottobre 1972 – di Maria Rosaria Cazzato

7 del mattino del 1° ottobre 1972 – di Maria Rosaria Cazzato

Lei era già pronta. Grembiulino bianco, stirato di fresco da mamma Lucia, fiocco rosa e un’aria di trepidante impazienza. La pelle era colorita dal sole delle lunghe giornate trascorse in campagna, tra la coltivazione del tabacco e tanta, tanta fatica. I capelli biondi, poi, sembravano ancora più dorati sotto quel sole.

Spensieratezza e fatica: un’accoppiata che oggi sembra quasi un ossimoro, ma che allora era semplicemente la vita. E proprio per questo non vedeva l’ora di andare a scuola! L’orologio, però, non lo sapeva ancora leggere. E siccome la pazienza non era evidentemente tra le sue qualità migliori, si era alzata prestissimo, aveva fatto colazione con pane, olio e zucchero e latte Trevalli nel mitico tetrapak a forma di piramide — che già solo a pensarci oggi sembra un reperto archeologico — e aveva cominciato a girare per casa con la cartella in spalla. Da una stanza all’altra, come una gattina impaziente. Sempre ansiosa, emozionata, curiosa.

Ma senza che nessuno avesse organizzato un evento per l’occasione. Niente foto davanti alla porta di casa con il cartello “Primo giorno di scuola”. Niente outfit studiato per settimane. Niente stories. Niente “oggi la nostra piccolina inizia una nuova avventura”. Niente genitori armati di telefonino, fazzoletti e macchina fotografica.

E soprattutto: nessuno la accompagnò a scuola. Poco prima delle otto si mise semplicemente in cammino, da sola, verso la scuoletta che distava circa cento metri da casa. Sì, avete letto bene: da sola.

Oggi sembrerebbe quasi una cosa da denuncia ai servizi sociali. Nel 1972 era semplicemente: “Vai a scuola e fai attenzione”. E lei andò, con le sue scarpette nere con gli occhi di bue — che all’epoca odiava e che oggi, invece, ricorda con una tenerezza infinita — attraversò quei cento metri e varcò la soglia della scuola.

La scuola era ricavata da un grande appartamento con le volte a stella, in via Tito Speri. Nell’atrio erano riuniti gli alunni delle cinque classi, una per ogni livello. Il professore Andreuccio fece l’appello e, man mano, i bambini più grandi venivano chiamati e accompagnati nelle rispettive classi.

Alla fine rimasero loro, i pulcini di prima elementare. Diciannove in tutto, classe 1966. Nessun fotografo ufficiale e nessun palloncino, senza attività “rompighiaccio” o laboratorio sull’accoglienza.

Solo diciannove bambini con faccette un po’ spavalde e un po’ timorose, curiosi di capire che razza di posto fosse quella scuola e soprattutto perché mai qualcuno avesse deciso che da quel momento in poi avrebbero dovuto starci 4 ore al giorno, dalle 8 alle 12…niente rientri, niente attività pomeridiane…solo il libro di lettura, un quadernino a righe, uno a quadretti e un sussidiario dalla seconda in poi.

Marirò, incredibilmente, ancora oggi li ricorda uno per uno. Il “professore” Antonino Cutello, cioè il maestro, li accompagnò in classe. Tra loro c’era anche chi non aveva frequentato l’asilo delle suore e quindi non aveva mai avuto il piacere di essere addestrato alla vita scolastica. Si vedeva lontano un miglio che non era particolarmente entusiasta della faccenda. Ma resisteva stoicamente.

Una volta seduti, femmine a sinistra e maschi a destra, iniziò ufficialmente la grande avventura. Le femmine con il grembiule bianco e il fiocco rosa. I maschi con il grembiule nero e il fiocco blu. Altro che identità di genere, personal branding e scelta consapevole dell’outfit scolastico: il fiocco aveva già deciso tutto lui.

Marirò, potrebbe oggi, con precisione, indicare il posto occupato da ciascuno di quei diciannove bambini. E ripensando ai cinque anni trascorsi in quell’aula, tra tutte le cose che potrebbe ricordare — lezioni, quaderni, maestro, interrogazioni, compiti — ce n’è una che torna sempre alla mente. Un’elica, proprio un’elica ricavata da una cartolina ritagliata, infilata su un fil di ferro e appoggiata sul termosifone. Quando il termosifone si accendeva, l’elica cominciava a girare. E probabilmente quello era il massimo della tecnologia disponibile.

Niente LIM. Niente tablet. Niente Google Classroom. Niente registro elettronico. Niente gruppi WhatsApp dei genitori con 147 messaggi per decidere se portare un quaderno a righe o a quadretti. C’era un’elica di cartolina: bastava quella per tenere incantati diciannove bambini.

Forse è proprio questo che, a distanza di tanti anni, fa sorridere e commuovere. Il primo giorno di scuola non aveva bisogno di essere trasformato in un evento straordinario. Era straordinario perché era semplicemente il primo giorno di scuola. Si andava, si entrava, ci si sedeva e si cominciava. Con un po’ di paura, tanta curiosità e una cartella sulle spalle.

Nessuna sovrastruttura, nessun manuale per genitori, nessuna ansia da prestazione, nessuna necessità di immortalare ogni secondo. E forse quei bambini erano più pronti di quanto pensiamo. Perché avevano meno cose, meno protezioni, meno spiegazioni e molte meno fotografie. Ma avevano tempo per guardarsi intorno. Per annoiarsi e quindi inventarsi un’elica con una cartolina. Per ricordare, cinquantaquattro anni dopo, esattamente dove sedeva ognuno dei loro compagni.

E forse, alla fine, è questa la nostalgia più bella: scoprire che quelli che sembravano giorni normalissimi, vissuti senza troppi fronzoli, erano proprio quelli che stavano costruendo i ricordi che non avrebbero mai più dimenticato.

  • Share

Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi Commenti

  1. grazie Rosy,sei una lettrice veramente attenta e perspicace. complimenti....a nome di tutta la redazione di Querce.news