La pizzicata di Lucrezia – di Rosaria Scarcia

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La pizzicata di Lucrezia – di Rosaria Scarcia

Questa è la storia di un giorno in cui il vento, passando tra gli ulivi, portò con sé la musica.

Una musica speciale, che ancora oggi qualcuno dice di sentire quando le foglie cominciano a suonare.

Era una calda giornata d’estate nel Salento. Il sole era già alto e, nelle campagne, uomini e donne erano al lavoro per la raccolta delle olive. Le giornate erano lunghe e la fatica tanta: si raccoglievano i frutti, si scuotevano i rami, si riempivano i cesti e si passava da un albero all’altro, seguendo un ritmo conosciuto da sempre.

Tra gli ulivi regnava il silenzio. Si sentivano il fruscio delle foglie, il rumore dei rami mossi dalle mani e, ogni tanto, il canto di qualche uccellino nascosto tra le chiome.

Tra le contadine c’era Lucrezia, una ragazza giovane e piena di vita, con i capelli scuri e un fazzoletto rosso annodato sulla testa.

Le piaceva cantare mentre lavorava. Inventava melodie per accompagnare i suoi gesti e, quando poteva, lasciava che la sua voce si unisse al canto degli uccelli.

Cantava piano, quasi sottovoce. Erano tempi in cui ogni cosa aveva il suo posto e ogni persona conosceva bene ciò che ci si aspettava da lei.

Quella mattina Lucrezia lavorava di buonumore e riempiva i cesti più in fretta degli altri. Poi, mentre si chinava per raccogliere alcune olive, sentì qualcosa pizzicarle la caviglia.

«Ahi!»

Si voltò di scatto.

Una tarantola, piccola e nera, correva tra la terra e le foglie secche. Lucrezia la vide appena, prima che sparisse sotto un ramo.

Si grattò la caviglia e tornò al lavoro.

«Niente di grave», pensò.

Per qualche minuto continuò come prima.

Poi qualcosa cambiò.

Le gambe cominciarono a farsi pesanti. Le mani persero il ritmo. Il sorriso le scivolò via dal volto.

E Lucrezia smise di cantare.

Gli altri se ne accorsero. Si guardarono tra loro.

«È stata pizzicata», disse qualcuno.

E qui comincia la parte più antica della nostra storia.

Nel Salento si raccontava che la tarantola potesse lasciare, insieme al suo morso, un incantesimo. La persona pizzicata diventava inquieta, triste, incapace di ritrovare il proprio equilibrio.

Ma c’era un rimedio.

La musica.

Non una musica qualsiasi. Bisognava trovare il ritmo della persona pizzicata e seguirlo, finché il corpo non avesse ricominciato a muoversi.

«Presto, chiamate i musicisti!»

Qualcuno corse verso la piazza e, poco dopo, arrivarono gli strumenti.

Il tamburo cominciò a suonare piano.

Tum. Tum. Tum.

Un ritmo regolare, come un battito.

Poi si aggiunsero gli altri strumenti e la melodia si fece più piena, più vicina.

Lucrezia ascoltava, all’inizio non si mosse e poi mosse un piede.

Il tamburo continuava.

Tum. Tum. Tum.

Lucrezia mosse l’altro piede. Poi una mano. Le spalle seguirono il ritmo e, poco alla volta, anche il resto del corpo.

Quando finalmente si alzò, il fazzoletto rosso che portava tra i capelli si sollevò nell’aria.

Lucrezia cominciò a ballare.

Prima lentamente. Un passo, poi un altro.

Girava, si fermava, ripartiva. Lasciava che fossero i piedi a scegliere dove andare.

La musica cresceva.

E con lei cresceva il movimento di Lucrezia.

Poi accadde qualcosa che fece voltare tutti.

Lucrezia tornò a cantare.

Questa volta non piano.

La sua voce si alzò sopra gli strumenti e attraversò la campagna.

Cantava, rideva e ballava. Il fazzoletto rosso le scivolava sulla fronte, i capelli si scioglievano un poco e lei non se ne curava.

Non pensava a essere composta. Non pensava a fare troppo rumore.

Per qualche istante non c’era altro che lei, la musica e quella danza.

Intorno a Lucrezia, intanto, gli altri avevano cominciato a seguire il ritmo.

Una donna batté le mani.

Un contadino iniziò a muovere i piedi.

I bambini si misero a girare intorno ai musicisti.

Ben presto successe qualcosa di impensabile e meraviglioso: ballavano tutti.

Uomini e donne, grandi e piccoli.

La fatica della giornata sembrava essersi allontanata e la campagna si riempì di voci, passi e risate.

Persino gli ulivi parevano muoversi insieme a loro accompagnati dal vento del tramonto.

Così, racconta la leggenda, l’incantesimo della tarantola si spezzò.

Quando la musica finì, il sole era ormai basso e la campagna tornò lentamente al suo silenzio.

Lucrezia si fermò, riprese fiato e guardò intorno a sé.

Sorrideva.

Non sapeva bene che cosa fosse successo.

Sapeva soltanto che, per la prima volta, aveva cantato senza abbassare la voce.

Da quel giorno, nel Salento, quando il vento passa tra gli ulivi e le foglie cominciano a frusciare, sembra quasi di sentire quella musica.

I più anziani sorridono e raccontano che, tra gli ulivi, a volte si può vedere un fazzoletto rosso danzare nell’aria.

È il fazzoletto di Lucrezia.  E se ascolti ancora un poco con attenzione, forse sentirai anche una voce.

Una voce che canta. Una voce che non ha più bisogno di nascondersi.

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Redazione

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Ultimi Commenti

  1. grazie Rosy,sei una lettrice veramente attenta e perspicace. complimenti....a nome di tutta la redazione di Querce.news