C’era una volta il Salento – di Rosaria Scarcia

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C’era una volta il Salento – di Rosaria Scarcia

Le fiabe cominciano quasi sempre nello stesso modo: c’era una volta.

Non è soltanto una formula narrativa. È l’annuncio di qualcosa che non c’è più, o che rischia di non esserci più. Prima di diventare racconti per bambini, le fiabe erano storie destinate agli adulti: parlavano di fame, abbandono, paura, smarrimento. Avevano una funzione precisa: riconoscere il pericolo quando era ancora possibile evitarlo.

Forse è da qui che bisogna partire. C’era una volta una terra nella quale il paesaggio coincideva con la vita quotidiana. Gli ulivi erano lavoro e memoria. Le masserie erano luoghi di produzione, di permanenza, di stagioni condivise. I muretti a secco non erano ancora patrimonio da raccontare, ma una necessità diventata, nel tempo, forma del paesaggio.

Quella terra è cambiata. E non potrebbe essere altrimenti. I territori non sono organismi immobili: incorporano nuove economie, abbandonano funzioni, ne assumono altre. Cambiano il modo di essere abitati e, talvolta, persino quello in cui una comunità riconosce se stessa nei luoghi che vive.

Anche qui la metamorfosi è stata profonda. La bellezza è diventata una risorsa economica, la riconoscibilità un capitale, il paesaggio una delle principali ragioni dell’attrattività. Luoghi legati per generazioni al lavoro agricolo hanno assunto nuove destinazioni; alcune masserie sono diventate strutture ricettive; intere campagne hanno cominciato a essere osservate attraverso lo sguardo di chi arriva.

Non c’è nulla di scandaloso nel cambiamento. La questione è un’altra: quando l’immagine di un luogo cresce più rapidamente della capacità di governarne le trasformazioni, la bellezza rischia di diventare rendita e l’identità di ridursi alla propria rappresentazione. Il paesaggio, allora, non è più soltanto qualcosa che si vive.

Diventa qualcosa che si vende, si racconta, si desidera. Poi arriva il fuoco. È il momento in cui ciò che normalmente accade sotto traccia irrompe nel campo visivo. Le fiamme, il fumo, le sirene. Il paesaggio che brucia. Le immagini che si moltiplicano.

Per qualche ora tutto appare semplice: c’è un incendio, c’è una parte di terra devastata, c’è qualcuno che deve intervenire. Ci chiediamo chi abbia appiccato il fuoco, da dove sia partito, quanti ettari siano andati distrutti.

Domande necessarie.

Ma il fuoco possiede una forza particolare: si prende tutto lo sguardo. Non lascia margini. Le fiamme impongono una direzione agli occhi, il fumo disegna una colonna nel cielo, le immagini occupano ogni spazio disponibile. Davanti a un paesaggio che brucia, tutto il resto sembra secondario.

Ed è proprio questa evidenza a poter diventare un inganno. Mentre guardiamo ciò che le fiamme distruggono, rischiamo di non vedere ciò che continua a modificarsi lontano dall’incendio.

Le trasformazioni di un luogo non hanno necessariamente sirene. Procedono attraverso decisioni amministrative, investimenti, abbandoni, nuove destinazioni, nuovi modi di abitare e utilizzare lo spazio. Il fuoco occupa lo sguardo perché è spettacolare. Il dopo lo perde perché è lento.

Quando il fumo si dirada e le sirene cessano, l’incendio smette di essere una notizia e torna a essere un luogo.

È allora che comincia la parte più difficile. Restano gli alberi anneriti, i terreni da recuperare, le persone che dovranno tornare lì. E restano le decisioni.

Che cosa proteggere. Che cosa lasciare evolvere. Che cosa ricostituire. Con quali risorse, attraverso quali responsabilità, secondo quale idea di futuro.

Perché un’area bruciata può essere considerata soltanto una perdita da compensare oppure l’occasione per ripensare un pezzo di paesaggio. Può tornare alla sua vocazione agricola, essere affidata a nuovi modelli di gestione, lasciata alla rigenerazione naturale oppure sottoposta a nuove pressioni.

Nessuna di queste scelte è neutrale. Ogni intervento modifica il rapporto fra una comunità e i luoghi nei quali vive. È qui che l’incendio smette di essere soltanto un’emergenza ambientale e diventa una questione politica, economica e culturale.

Perché decidere che cosa fare di una terra ferita significa decidere, almeno in parte, quale terra vogliamo avere domani. Il rischio non è soltanto perdere alberi. È perdere la capacità di considerare il paesaggio per quello che è: un bene complesso, dove convivono ambiente, lavoro, memoria, abitazione, economia e identità.

Una terra può conservare il mare, la pietra, la luce, persino gran parte della propria fisionomia, e tuttavia cambiare radicalmente significato. È una trasformazione più difficile da misurare di un ettaro bruciato. Non produce statistiche immediate. Non compare nelle immagini dell’emergenza. Non ha il colore inequivocabile della cenere. Eppure può essere profonda.

Una comunità non perde i propri luoghi soltanto quando qualcosa viene distrutto. Può perderli anche quando smette di avere voce nelle trasformazioni che li riguardano. Per questo il giorno dopo l’incendio non è un semplice intervallo tra l’emergenza e la ricostruzione. È il momento in cui si decide che cosa sarà quel luogo.

La domanda più importante, allora, non è soltanto chi abbia acceso il primo fiammifero. È chi deciderà il Salento che verrà dopo il fuoco. Un luogo da abitare o soltanto da attraversare. Un paesaggio vissuto o una rappresentazione sempre più sofisticata della propria bellezza.

Le fiabe insegnavano a riconoscere il pericolo prima che fosse troppo tardi. Forse questa storia ci chiede qualcosa di più difficile: riconoscere la responsabilità quando il pericolo è già passato.

Abbiamo guardato il fuoco perché non potevamo fare altrimenti. Adesso dovremmo avere la stessa ostinazione nel guardare ciò che viene dopo. Perché il fuoco occupa lo sguardo. Il futuro, invece, chiede attenzione. E forse quelle quattro parole con cui abbiamo cominciato non devono ancora essere un ricordo.

C’era una volta il Salento. E il resto della storia?

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Redazione

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Ultimi Commenti

  1. grazie Rosy,sei una lettrice veramente attenta e perspicace. complimenti....a nome di tutta la redazione di Querce.news