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Fare la corte è umano – di M. Rosaria Cazzato
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Fare la corte è umano – di M. Rosaria Cazzato
Sono una ragazza di sessant’anni e posso dire, senza timore di essere smentita, di aver visto cambiare il corteggiamento quasi quanto è cambiato il mondo.
Quando ero bambina sentivo raccontare dai miei genitori e dai miei nonni che, nel Sud Salento, sessant’anni prima il corteggiamento era una faccenda seria. Altro che messaggini e cuoricini. C’erano regole non scritte che tutti rispettavano. I ragazzi e le ragazze si osservavano durante la messa domenicale o alle feste patronali, cercando di rubarsi uno sguardo senza dare troppo nell’occhio. Se un giovane era interessato a una ragazza, non poteva certo avvicinarsi con la disinvoltura di oggi. Mandava il tramanzanu, una sorta di ambasciatore di pace e d’amore, incaricato di capire se la famiglia della ragazza fosse favorevole. E quando finalmente arrivava il fidanzamento ufficiale, ecco la serenata: amici, chitarre, tamburelli e il futuro sposo sotto il balcone a cantare. Altro che playlist di Spotify condivisa su WhatsApp.
Poi è arrivata la mia generazione, quella delle classi miste. Per noi fu una piccola rivoluzione. Finalmente maschi e femmine stavano nella stessa aula e il corteggiamento non aveva più bisogno di ambasciatori diplomatici. Bastava aspettare la ricreazione.
Ed è proprio lì che nasce uno dei ricordi che porto ancora nel cuore. Arrivava il classico bigliettino, scritto in un corsivo traballante e in un italiano che definire creativo sarebbe stato un complimento. Sopra c’era scritto: “Ti vuoi mettere con me?”. In fondo la firma: Giuseppe. E sotto due quadratini: □ Sì □ No.
Quella era la nostra intelligenza artificiale. Nessun algoritmo. Nessuna doppia spunta blu. Nessun “visualizzato alle 18:43”. Bastava una crocetta. Una sola. E quella crocetta aveva il potere di cambiare una settimana, un mese o, almeno fino alla ricreazione successiva, perfino una vita.
Poi arrivarono le cabine telefoniche e i telefoni a gettoni. Anche lì bisognava essere innamorati… ma soprattutto veloci. Il gettone scendeva con una puntualità svizzera e, mentre cercavi di dire “Mi manchi”, una voce metallica sembrava ricordarti che il romanticismo aveva un costo. Ogni telefonata era una corsa contro il tempo. Nessuno restava due ore a discutere del nulla. I gettoni educavano alla sintesi molto meglio di qualsiasi corso di comunicazione.
E oggi? Oggi abbiamo smartphone potentissimi, connessioni ultraveloci, videochiamate in alta definizione, emoji per ogni stato d’animo e persino l’intelligenza artificiale che può suggerire cosa scrivere. Eppure, leggendo certi messaggi, viene spontaneo chiedersi se tutta questa tecnologia abbia deciso di andare in vacanza.
La cosa che mi diverte di più è questa: i ragazzi degli anni Sessanta avevano spesso studiato molto meno di quelli di oggi. Molti si fermavano alla scuola elementare o all’avviamento professionale. Eppure, quando scrivevano una lettera d’amore, ci mettevano un impegno quasi commovente. Magari qualche errore c’era, ma si vedeva il desiderio di scrivere bene, di fare bella figura, di rispettare chi avrebbe letto quelle parole.
Oggi, invece, dopo tredici anni di scuola, corsi di inglese, computer, internet, correttori automatici, dizionari online e tastiere che ti suggeriscono persino il verbo, arrivano messaggi che sembrano scritti durante un terremoto di magnitudo otto.
“Ke fai.” “Xké nn risp.” “Cmq tt ok.”
Più che un messaggio d’amore sembra il codice per lanciare un satellite.
L’ironia è tutta qui: abbiamo moltiplicato gli strumenti e ridotto le parole. Abbiamo aumentato la velocità e diminuito la cura. Scriviamo cento volte di più, ma spesso diciamo molto meno.
Qualcuno potrebbe obiettare: “Sono solo errori di grammatica.” E avrebbe anche ragione. Un congiuntivo sbagliato non rende una persona cattiva, né un apostrofo fuori posto trasforma qualcuno in un delinquente. L’etica e la morale non si misurano con l’analisi logica.
Però qualche domanda me la faccio.
Perché la grammatica, in fondo, è disciplina. È attenzione. È rispetto per chi legge. È il tempo che decidi di dedicare a una frase prima di inviarla. Quando tutto diventa frettoloso, approssimativo e superficiale, il rischio è che quella superficialità esca dalla tastiera e si trasferisca anche nei rapporti umani.
Una volta si aveva cura delle parole perché si aveva cura delle persone. Si rileggeva un biglietto dieci volte prima di consegnarlo. Oggi si inviano dieci messaggi senza rileggerne nemmeno uno. E, se il destinatario non capisce, la colpa è sua.
Non sto dicendo che il passato fosse migliore. Ogni epoca ha avuto i suoi difetti. Però mi manca quel senso dell’attesa, quel rispetto quasi reverenziale per la parola scritta. Oggi ci preoccupiamo di avere l’ultimo modello di telefono, ma non sempre ci preoccupiamo di ciò che ci scriviamo dentro.
Forse il vero progresso non consiste nell’avere uno smartphone che corregge gli errori, ma nel non costringerlo a fare gli straordinari.
E ogni tanto penso con tenerezza a quel Giuseppe, al suo corsivo storto, ai suoi due quadratini e a quell’emozione che entrava in un foglietto piegato in quattro. Aveva un italiano incerto, è vero. Ma aveva anche il coraggio di metterci la faccia, la firma e il cuore. Oggi, invece, ci sono dichiarazioni d’amore che finiscono con un’emoji, relazioni che iniziano con un “like” e storie che terminano con un “visualizzato”. Abbiamo sostituito le serenate con le notifiche, i bigliettini con gli screenshot e le emozioni con le reaction.
Sarà l’età, ma continuo a pensare che tra una serenata stonata sotto un balcone e un “❤️” inviato in copia ad altre cinque persone ci sia una differenza enorme. E quella differenza non la fa la tecnologia: la fanno le persone.
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Ho letto tutto d’un fiato.
Sono tornata indietro nel tempo senza renderne conto.
Ricordi ed emozioni che mi hanno lasciato il sorriso sulla bocca per più di mezz’ora.
Grazie