Il lupo e cappuccetto rosso – di Alfredo Sanapo

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Il lupo e cappuccetto rosso – di Alfredo Sanapo

Questo periodo, nel quale la guerra in Iran iniziata nel marzo scorso ha esacerbato il dibattito sulle fonti energetiche tirando in ballo la risorsa nucleare, cade esattamente nel quarantennale del disastro di Chernobyl. Nelle seguenti righe sull’argomento si vuol rimarcare due differenti approcci. Prima, quello dell’adulto di allora che, prendendo seriamente in carico la vicenda (il lupo), non fu in grado di gestirla nel migliore dei modi. Poi, quello vissuto dall’occhio del bambino (Cappuccetto rosso) che, ignaro del pericolo, riesce a prendere l’accaduto come un gioco.

IL LUPO

Chernobyl, una località dell’Ucraina a ~100 km da Kiev, fondata da oltre 1.000 anni, semidistrutta dall’occupazione nazista nella 2ª Guerra Mondiale, fu scelta negli anni ’70 per ospitare una centrale nucleare, in un contesto industriale camuffato dall’aspetto naturale e suggestivo del territorio. A pochi chilometri dalla centrale sorse Pripjat, cittadina progettata come centro destinato ad ospitare ingegneri, tecnici e famiglie, (~45.000 abitanti di cui 16.000 bambini) provenienti da tutta l’URSS.

La vita quotidiana dei suoi abitanti era sopra lo standard medio sovietico: stipendi tripli, dimore autonome, auto, scuole, impianti sportivi ed un parco giochi. In questo clima di progresso tecnologico nel 1970 venne avviata la costruzione di una centrale costituita da 4 reattori RBMK‑1000, costruiti con grafite ed alimentati a biossido di uranio, dotati di un “coefficiente di vuoto positivo” tale da rendere la reazione nucleare più instabile all’aumentare della potenza o alla diminuzione del flusso di acqua di raffreddamento.

Il 25 aprile 1986 sul reattore n.4 fu deciso di eseguire un test sul sistema elettrico di emergenza per verificare se, in caso di mancanza di corrente, una delle turbine riuscisse a fornire energia sufficiente a mantenere in funzione le pompe di raffreddamento. Per eseguire il test, il reattore doveva essere stabilizzato a 1.000 MW, ma alle 23 la potenza crollò a 30 MW e, dopo complicate manovre manuali che disattivarono i sistemi di sicurezza, si giunse dopo solo due ore, all’1,00 del 26 aprile, a circa 200 MW.

Con il flusso di acqua di raffreddamento così ridotto, l’effetto del coefficiente di vuoto positivo aumentò e la reazione nucleare divenne irregolare e la potenza si innalzò di colpo a valori ~100 volte superiori alla potenza prevista. All’1,23 nel reattore n°4, si verificarono due esplosioni terribili che distrussero il nucleo e fecero crollare il tetto protettivo sollevando una colonna di aria e detriti roventi alta circa 1 km. I materiali infuocati e i prodotti della fissione nucleare vennero proiettati in atmosfera: le particelle più leggere furono trasportate dal vento a NO. Nelle prime ore, oltre 100 pompieri operarono senza protezioni adeguate contro le radiazioni, esponendosi a dosi che si rivelarono fatali.

Anche se gli incendi esterni vennero domati, il rogo del nocciolo continuò diffondendo nell’aria enormi quantità di iodio e altri radioisotopi che alimentarono una nube radioattiva che si estese in tutta Europa. Le autorità sovietiche, all’inizio, negarono la gravità dell’incidente, anche quando laboratori esteri segnalarono già il 28 aprileun evento di enorme portata”. La mattina del 27 fu deciso di evacuare Pripjat e chi viveva nella “zona dei 30 km”, un’area circolare di ~2.600 km² in cui vivevano ~130.000 persone. In gran segreto, gli abitanti furono caricati e trasportati lontano, costretti a lasciare a casa mobili, vestiti, giocattoli, animali e oggetti di uso quotidiano.

La nube radioattiva raggiunse prima la Svezia, dove la centrale di Forsmark registrò un improvviso aumento di radiazioni, facendo scattare l’allarme internazionale. Solo il 28 aprile la Tass ammise pubblicamente un’“avaria” a Chernobyl, assicurando l’assenza di vittime e che tutto fosse sotto controllo. In realtà, la dispersione di particelle radioattive continuò fino al 10 maggio, coinvolgendo Germania, Polonia, Scandinavia e Italia, dove venti da NE portarono la nube sull’arco alpino e le regioni settentrionali e quelle orientali e le piogge depositarono radionuclidi. Le autorità italiane vietarono temporaneamente il consumo di latte e verdure, controllando i suoli e le filiere alimentari e monitorando le aree critiche.

Sul luogo del disastro, l’emergenza si trasformò in un’operazione di contenimento. I primi soccorsi mostrarono una grave impreparazione: i pompieri disponibili erano appena 14 e i rinforzi furono decimati dalle radiazioni. L’incendio del nocciolo, che alimentava il rischio di un contatto diretto tra grafite fusa e falda acquifera sottostante, portò ad un altro intervento estremo: 400 minatori dovettero scavare al caldo soffocante di un angusto spazio, un tunnel sotto la centrale per immettere azoto liquido che avrebbe dovuto formare una barriera sotto il reattore. Essi riemersero a torso nudo, senza maschere e, investiti da abnormi livelli di radiazione, vennero colpiti da malori immediati.

Nelle settimane seguenti dal cielo 1.800 operai ed elicotteristi si alternavano per gettare sul nocciolo fuso sabbia mista a boro, silicati e piombo, finché il flusso di vapore non radioattivo si ridusse drasticamente. I piloti volavano a pochi metri dal reattore (a ~60°C), mentre la radioattività poteva superare i 1.800 R all’ora (50 è la dose letale). Per aggiustare la mira, molti si sporgevano dalla carlinga, scaricando a occhio senza alcuna protezione. Quando si tentò di usare robot per rimuovere le macerie, i sistemi elettronici si bloccarono subito, costringendo le autorità a ricorrere a “robot biologici”: uomini che si avvicinavano alle macerie per meno di un minuto alla volta, ricevendo in quel breve tempo una dose di radiazione superiore a quella massima consentita per l’intera vita.

Le conseguenze furono devastanti: 31 morti entro le prime ore, 28 nei giorni successivi e ~200 ebbero sindromi acute da radiazione. Ma gli effetti si manifestarono anche nel tempo: fu contaminato il 23% della Bielorussia e in Russia e Ucraina si registrarono aumenti di tumori con un forte incidenza sulla tiroide e un impatto psicologico sulle popolazioni. Migliaia di bambini furono contaminati e molti nascituri vennero segnati da malformazioni e malattie croniche.

Nel tempo, la zona di evacuazione rimase deserta, recintata da filo spinato e presidiata dall’esercito. I resti del reattore n°4 sono stati ricoperti da una struttura in bario, il “sarcofago”, progettato per resistere per 30 anni ma che, già dopo 10, mostrò crepe. Negli anni successivi fu costruito un secondo sarcofago sopra il precedente, che oggi racchiude definitivamente il cuore del disastro, trasformando Chernobyl in un simbolo di una delle più grandi catastrofi tecnologiche della Storia.

CAPPUCCETTO ROSSO

Ero dai miei nonni che seguivano il TG1 delle venti con una tradizione così radicata da chiamarlo “comunicato“. Quando avevo 10 anni, nello schermo su uno sfondo blu accanto alla cartina dell’URSS in verde pisello, un conduttore brizzolato con una montatura forte, Vittorio Citterich, annunciò che da due giorni si era verificato un incidente nella centrale nucleare di Chernobyl in URSS. Mostravano immagini sfocate: un reattore fumante come un vulcano, pompieri con maschere strane e scienziati che agitavano braccia.

Una circostanza che, percepita lontana anni luce, non ci fermò dal giocare con innocenza sull’accaduto simulando distruzioni con qualsiasi oggetto ci capitasse a tiro, basandoci sulle immagini diffuse dalla TV.

Dopo un paio di giorni, sempre al TG1, Angela Buttiglione da studio diede la notizia che “una nube radioattiva si sta diffondendo in Europa“. Gasati da questa notizia, ogni giorno nuvoloso, per impressionare le compagne, durante la ricreazione puntavamo il dito verso una nuvola, ci coprivamo il naso con fazzoletti e urlavamo “È pericoloso, chiudete le finestre“.

Intanto, la maestra ci disse che il governo aveva proibito per precauzione di non bere latte e non mangiare insalata a causa della nube tossica. Quella notte non dormii. Immaginai che la nube, quel mostro grigio e invisibile, viaggiava con il vento. Dal nord, passando per la Jugoslavia e l’Albania, fino a noi in Salento.

Arriverà qui?“, chiesi a mamma il giorno dopo. Lei rise nervosa: “No, il vento non tira da est, ma sta’ più possibile al chiuso e lavati spesso le mani“. Andai a scuola, ma tutti parlavano solo di quello. La maestra ci spiegò che era come una bomba atomica, ma peggiore, perché avvelenava l’aria per anni. Quasi a esorcizzare la serietà della cosa, suonata la campanella, in cortile inseguivamo formiche “contaminate“, gridando “Evacuate la città!”. Era divertente, ma dentro avevo paura.

Passarono giorni. La TV ripeteva le stesse notizie: mucche morte in Svezia, piogge acide in Italia, farmacie che distribuivano pastiglie di iodio “per la tiroide”. Una sera, mentre guardavo il TG2, vidi un bambino ucraino portato via da elicotteri. Da quel momento, smettemmo di giocare alla nube. Iniziammo con i compagni a disegnare mappe: da Chernobyl a Lecce, con frecce per indicare il vento. Io volevo diventare scienziato per fermare quelle nuvole cattive.

Anni dopo seppi che la nube arrivò davvero, leggera, qui da noi. Ma per me bambino, Chernobyl era solo un disastro remoto. Era il primo mostro vero che la TV portò a casa mia, facendomi capire che il mondo è grande e fragile come un ulivo secco.

Alfredo Sanapo

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Redazione

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  1. grazie Rosy,sei una lettrice veramente attenta e perspicace. complimenti....a nome di tutta la redazione di Querce.news