Cattive compagnie – di Serena Laporta

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Cattive compagnie – di Serena Laporta

“Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole … Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di Paese dei Balocchi.

La rappresentazione pittorica più efficace del nostro tempo risale ormai a più di venti anni fa ed è quella dell’insuperabile illustratore Roberto Innocenti per l’edizione del 2005 di Pinocchio Storia di un Burattino editore La Margherita, più di un secolo dopo la prima uscita.  Ritrae i due amici Pinocchio e Lucignolo oramai scapicollati all’interno di quella realtà parallela che è il Paese dei Balocchi. Pinocchio dapprima titubante dinanzi ai tentativi di convincimento del suo amico, ne diviene poi socio una volta udite le parole seducenti dell’omino di burro, untuoso spacciatore di sogni, di divertimento, consumi e felicità. Forse influenzato da quel laboratorio politico che è stato il berlusconismo di quegli anni, il disegnatore, conscio che solo apparentemente il romanzo sia una “bambinata” come ebbe a dire lo stesso Collodi, ma anzi si presta a moltissime letture,  ci regala una fotografia, seppur destinata a giovanissimi, ancora  e sempre attuale per gli adulti, in cui ritrae la multicolore cittadella immaginaria governata dal moderno sovrano, perennemente giovanile e goliardico, “uno di voi”, ipocritamente uomo medio e mediocre, sempre cinico e volgare, saldamente in cima alle mura  del suo bengodi a dominare lo spasso e lo sbafo, da cui abbassa di volta in volta il ponte levatoio per l’ingresso degli illusi novelli.  Poi osservando attentamente l’illustrazione scopriamo che lo sfondo è crepato, un cielo finto e nuvole di carta stampate sulle quinte di un teatro, è un’illusione, è un mondo fittizio. Una metafora malinconica.

La presidente del consiglio Meloni è cresciuta politicamente sulla soglia della cittadella della cuccagna di Berlusconi, e “… mumble mumble…” nel frattempo sviluppava, solleticandola, l’intramontabile presunta vocazione all’autoritarismo degli italiani, il populismo fondamentalista di destra, e ovviamente al passo coi tempi attraverso la tecnocrazia mediatica e il supporto di Steve Bannon costruiva la fabbrica del consenso e la logica della paura dell’alterità, innescando un non trascurabile senso di insicurezza, incuneando carsicamente nell’immaginario collettivo tutto il brodo rancido del fascismo. 

Quando finalmente a un omino di burro gaudente immorale pseudoliberale, nazionale, se ne è sostituito un altro più grosso grasso e ben più potente, stracolmo di antico fiero spirito pioneristico di conquiste e rivendicazioni,  che addirittura a chi voglia entrare nel suo Paese dei Balocchi promette di portarlo su Marte, la presidente non ha esitato come Pinocchio, anzi, ne ha ricercato fin da subito l’amicizia speciale, ne ha  palesemente lodato e condiviso la politica  razzista classista sessista come forma giusta di salvezza dai tanti mali che affliggono l’umanità occidentale e quella italiana, la più sola di sempre dopo la fine di Orban, la guerra di e a Putin, i rapporti sempre tesi con Macron, la crisi dell’affare CPR in Albania e gli opachi rapporti con l’Europa in generale. La presidente del consiglio si è fidata e affidata a Trump senza esitazioni, non solo in nome del dichiarato atlantismo, ma soprattutto nella uguale visione e missione  di dover guidare una società fuori controllo a causa dell’immigrazione clandestina, della crisi della famiglia, del degrado delle periferie e della gioventù, e delle vituperate politiche di inclusione della sinistra che da tempo ha smesso di parlare e trovare soluzioni comprensibili ai semplici problemi quotidiani delle semplici persone. La presidente è apparsa compiaciuta e orgogliosa dei suoi viaggi nel Paese dei Balocchi del suo amico aldilà delle Colonne d’Ercole, dove si è recata per ricavarne favori mai finora conosciuti a noi tutti, e a cui, come i suoi sodali di governo, non ha lesinato lodi sperticate e in una più che stupida euforia da emulazione non ha rinunciato a scimmiottare, saltellando come quegli alle feste di partito, perché anche lei, anzi proprio lei, si sente e si dichiara “una di voi”. Obnubilata dalle golden tower  e dai golf club dall’omone di burro è volata come una qualunque  Cenerentola ai party  ristrettissimi con Elon al suo fianco, mai seccata o indignata anzi subito immemore di quanto il bullo si vantava degli slurp! che gli alleati riservavano alle sue natiche. Poi la presidente Meloni, beniamina protetta del campo dei giochi di Palla di Lardo ha voluto e dovuto ritornare sulla Terra, e seppur a malincuore ha assunto un’appena accettabile postura istituzionale discostandosi dai giudizi sul Papa e incaricandosi di una fumosa neutralità per i missili destinati all’Iran.  

Dinanzi all’insubordinazione di Meloni, il boss, il protettore Trump ha inteso impartirle pubblicamente punizione disprezzo ostracismo per farle sapere, e far sapere a tutti, che il prezzo della sua amicizia è la fedeltà cieca, assoluta, pubblica, in cambio di qualche simpatico post, qualche festa esclusiva e qualche contratto di parmigiano reggiano. Certo è facile per una ragazza, seppur scaltra e navigata politicamente, cedere alle lusinghe di un uomo potente e ricchissimo, valori che rappresentano sempre l’anticamera della felicità, ma la pur lungimirante presidente non si è accorta che al di là dello specchio incorniciato d’oro zecchino della Casa Bianca il suo amico rimane quello che è, un vecchio sporco mandriano, preoccupato esclusivamente di marchiare il suo bestiame ad ogni latitudine. E ora che in patria le quotazioni della presidente Meloni sono palesemente al ribasso, che è stata punita, che si è offesa, che nemici nuovi si nascondono tra i suoi sgherri pronti a colpire il governo e farlo stramazzare per chissà quale oscuro, nero, progetto, la presidente non vuole commettere un altro sgarro, e avendo stentato finora a trovare la sua giusta collocazione in una destra moderna e liberale, appunto ci ricasca e invia un sottosegretario da Rubio per prendere provvedimenti contro la “minaccia globale” il terrorismo comunista, ultima emergenza degenerata creata a tavolino per giustificare robusti stipendi a uno stuolo di neoesperti , e nel frattempo  sfamare la sete di  revanche dei neofascisti. Così recupera l’amico e combatte i comunisti “due piccioni con una fava” avrà pensato.

Ma per rimanere al parco giochi della politica di governo la presidente, che abbiamo visto piuttosto impacciata con i numeri e le calcolatrici,  comincia ad usare le dita per far da conto se le conviene giocare anche con un nuovo amico, portarlo nel bengodi di una nuova non remota compagine di governo, un Lucignolo ante litteram ”per il suo personalino asciutto, secco e allampanato come il lucignolo nuovo di un lumino da notte” che come Romeo, il Lucignolo della fiaba, è stato dichiarato indegno, una vergogna, dall’istituzione da cui proviene, l’Esercito Italiano. Ora Meloni proprio come Pinocchio, con cui condivide tante qualità non ultima quella di saper fare promesse e quella di mentire, è solo apparentemente incerta e titubante nell’intraprendere il cammino con Roberto Vannacci, fiero propugnatore di remigrazioni, punizioni, orgoglioso nazionalismo, razzismo, omofobia, sessismo, vecchio e nuovo fascismo, tutte cose che predicava lei stessa solo con la faccia più cattiva prima dei lifting e dei ricatti trasversali dei suoi alleati. Non potrà fare a meno di Lucignolo Vannacci per continuare ad alimentare le sue ambizioni-ossessioni, presidenzialismo e/o premierato, ordine e disciplina.

La politica a cui gran parte degli italiani ha voltato le spalle e ignorato perché è apparsa sempre più un mondo chiuso in una strenua difesa di privilegi, la politica vista e osservata come una setta segreta e impenetrabile salvo al costo di venefici compromessi, la politica come civiltà di alieni accumulatori di ricchezze, “un branco di grassissimi maiali che si affollano intorno al trogolo e non lasciano nemmeno una ghianda a chi li nutre “ (R. Innocenti), la politica come una gang pericolosa intenta a sfruttare e risucchiare ogni singola goccia di sangue di milioni di ignari onesti cittadini, la politica dei burattini,  a cui Meloni aveva giurato che la pacchia era finita, la politica Paese dei Balocchi l’ha risucchiata, ci  ha sguazzato dentro, ha accettato Montaruli, Santanchè, Nordio, Bartolozzi, Del Mastro, Pozzolo, e tanti ancora, tutti ragazzacci con lunghe orecchie d’asino con guai pendenti con la giustizia me che vogliono ostinatamente rimanere a giocare fino al prossimo aprile. La presidente sa che se vuole rimane battitore del gioco ha bisogno di un omino di burro di guardia all’ingresso e di cattivi amici la cui filosofia è  ” La pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”(G. Orwell)

La fiaba di Collodi, capolavoro impietoso e privo di retorica, a tratti picaresco, colmo di violenza e ferocia, una ferocia tutta nostra, tutta italiana (G.Manganelli), punitiva come l’inquietante ministro dell’istruzione e del merito, ci racconta che le conseguenze della disonestà e della menzogna sono nefaste, hanno un lato oscuro umiliante e spesso mortale, per Pinocchio e Lucignolo le punizioni saranno tante e tremende. Lucignolo divenuto asino morirà di fame e di fatica. Pinocchio nella prima versione del romanzo muore impiccato appeso ad un albero, poi l’autore in edizioni successive lo redime e lo salva non prima, anche lui da asino, di essere stato gettato in mare con un masso legato al collo.

Foto : Il Paese di Cuccagna  illustratore Roberto Innocenti  per La Margherita –Castelli Editore

Per approfondimenti  indimenticabili:
G. Manganelli – Pinocchio : un libro parallelo- Adelphi Ed.
Roberto Innocenti , Rossana Dedola – La mia vita in una fiaba – Della Porta Editore

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Redazione

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  1. grazie Rosy,sei una lettrice veramente attenta e perspicace. complimenti....a nome di tutta la redazione di Querce.news