Quando la caccia diventa legge – di Alfredo Sanapo

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Quando la caccia diventa legge – di Alfredo Sanapo

Il 23 giugno scorso il Senato ha approvato con 80 voti favorevoli, 56 contrari e 2 astenuti il DDL 1552, a firma del capogruppo di FdI Lucio Malan e sostenuto dalla maggioranza di centrodestra. Dopo un iter lungo e conflittuale, con oltre 900 emendamenti presentati dalle opposizioni, il testo che riscrive dopo oltre 30 anni la legge 157/92 passa alla Camera tra proteste all’esterno di Palazzo Madama e rilievi della Commissione europea.

La maggioranza ha presentato il provvedimento come un aggiornamento necessario ad un contesto faunistico mutato. Negli ultimi tre decenni popolazioni come il cinghiale si sono espanse in modo significativo, con danni all’agricoltura, incidenti stradali e problemi sanitari legati alla Peste Suina. Pertanto, il DDL ha introdotto il concetto di “gestione” della fauna accanto a quello di protezione, definendo la caccia comeattività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi” e i cacciatori come “bioregolatori”.

Proprio qui è emersa l’inopportunità della riforma rispetto ai princìpi fondanti dell’ecologia. L’ecologia insegna che gli equilibri naturali non si costruiscono con il prelievo, ma con l’autoregolazione. Il lupo, ad esempio, predatore apicale, agisce come selezionatore e bioregolatore: caccia in modo chirurgico i soggetti giovani, deboli, anziani o malati, impedisce il diffondersi delle malattie; migliora la qualità genetica degli ungulati e mantiene in equilibrio numerico cinghiali, cervi e caprioli; riduce la pressione sulla vegetazione e favorisce biodiversità e stabilità del territorio. Sostituire questa funzione con l’uomo armato significa ignorare il significato ecologico di gestione: i predatori al vertice della catena alimentare mantengono spontaneamente il numero corretto delle specie erbivore.

Il DDL 1552 fa l’opposto. Apre alla caccia in aree demaniali, incluse le spiagge, e in zone oggi protette lasciando l’ultima parola alle Regioni. Rende più flessibili i calendari venatori autorizzando la caccia oltre i primi dieci giorni di febbraio – periodo critico per migrazione e nidificazione degli uccelli – e consente deroghe per più giornate settimanali. Aggiunge, inoltre, tra le specie cacciabili l’oca selvatica, il colombaccio e il piccione di città. Recepisce il declassamento del lupo da “rigorosamente protetto” a “protetto” e apre a piani di contenimento regionali. Autorizza visori notturni ottici e termici per la caccia di selezione agli ungulati, liberalizza i richiami vivi fino a 40 esemplari da cattura e un numero illimitato da allevamento, e prevede la braccata al cinghiale sulla neve.

Il DDL, oltretutto, trasforma il parere dell’ISPRA, oggi vincolante, in consultivo e rafforza il Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale. Aumenta le sanzioni per il bracconaggio, coinvolge i cacciatori negli organi di gestione e consente agli agricoltori di trattenere i cinghiali abbattuti.

Insomma, è ilparadosso venatorioreso norma. Si vuole contrapporre la tutela degli ecosistemi al prelievo diretto delle specie che quegli ecosistemi dovrebbero conservare. Si vuole, in parole povere, attribuire al cacciatore un ruolo di equilibrio ecologico che la comunità scientifica contesta per mancanza di basi empiriche. Così, si scaricano sulla collettività i costi di monitoraggio e impatto, mentre i benefici ricadono su interessi privati.

Persino la gestione del cinghiale, presentata come urgenza, rischia di produrre l’effetto contrario: la pressione dell’uomo e la rottura delle gerarchie sociali nei branchi scatenano l’aumento esponenziale delle nascite, un meccanismo noto da anni agli ecologi.

Le opposizioni hanno parlato di incostituzionalità per contrasto con l’art. 9 Cost., che dal 2022 tutela esplicitamente biodiversità ed ecosistemi. Wwf, Legambiente, Lav, Lac, Enpa e Lipu hanno definito il provvedimento una “legge sparatutto” e stanno raccogliendo centinaia di migliaia di firme e portando in piazza ricercatori e cittadini.

La Commissione europea ha inviato una lettera di rilievi su richiami vivi, aziende faunistico-venatorie, estensione della stagione e indebolimento dell’Ispra, con il rischio concreto di una procedura di infrazione. Preoccupazioni simili sarebbero arrivate anche dal Consiglio d’Europa.

Alla base c’è una questione più ampia di etica della convivenza: superare l’antropocentrismo per riconoscere il diritto alla vita e all’autoregolazione di ogni specie. Un principio che il DDL ignora quando trasforma la fauna da soggetto da tutelare in risorsa da gestire a colpi di fucile.

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Redazione

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  1. grazie Rosy,sei una lettrice veramente attenta e perspicace. complimenti....a nome di tutta la redazione di Querce.news