Eroi o schiavi? *

Eroi o schiavi? *

di Alfredo Sanapo —

Salve,

mi chiamo Rita e sono nata a Caprarica del Capo. Adesso vivo in Belgio, nel distretto di Charleroi e ogni tanto leggo su internet il vostro giornale. Mi sono accorta di questo spazio che parla delle cose vecchie di Tricase. Vorrei dire qualcosa pure io e mi scuso se il mio italiano alle volte non è perfetto. Vorrei parlare della storia di mio papà, Gennaro Esposito, classe 1920.

Vivo all’estero, perché mio papà è dovuto partire per la situazione familiare a lavorare in miniera e, quando avevo 8 anni, nel 1953, siamo andati in Belgio con la mia famiglia. Lui ha lavorato alla miniera di Marchienne-au-Pont (1) dove è stato per quasi 15 anni, fino al 1968. Come mi raccontava, ogni giorno per 8 ore con una lampada ad olio doveva scendere a 700-900 m di profondità, spaccare i muri della galleria con una pioche (2), poi raccogliere i blocchi di pietra e caricarli in piccoli carretti su rotaie. A l’inizio scendeva con una tuta e una lampada ad olio, senza nessuna protezione e dopo qualche anno ha avuto diritto soltanto ad una mascherina. Quando finiva la giornata, era stanchissimo, tornava tutto coperto di polvere di carbone, si lavava, mangiava e andava a dormire. Per questo non aveva tempo di avere contatti di amicizia. A causa del lavoro si è ammalato di polmoni e si è spento nel 1983 all’età di 63 anni.

Non sono brava a scrivere in italiano, ma spero che basta per ricordare il mio papà. Grazie.

Rita Esposito 

Riporto tal quale il prezioso materiale ricevuto, senza apportare nessuna correzione, in quanto potrei alterare le emozioni autentiche e genuine trasmesseci dalla nostra amica Rita che un accomodamento rigoroso della forma italiana potrebbe vanificare.

Gennaro, dunque, è stato vittima di un evento avvenuto nel 1946. La storia lo riporta come “Protocollo italo-belga“. I belgi lo ricordano come il rifiuto della politica della “battaille du charbon” per risollevare l’economia del loro Paese. Gli italiani, invece, lo hanno vissuto come consegna di sé a una moderna forma di schiavismo.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, sebbene la sua industria fosse stata poco colpita dalle distruzioni, il Belgio, per le sue modeste dimensioni e il rifiuto dei locali, restii a impieghi logoranti, si trovò con poca manodopera nelle attività minerarie nel bacino carbonifero della Vallonia. Pertanto, si dovette reperire personale dall’estero. Alla richiesta rispose l’Italia con un protocollo firmato con le autorità belghe il 23 giugno 1946: esso prevedeva il trasferimento di 50mila unità dall’Italia e, in cambio, l’impegno di fornirci 2.500 t di carbone al mese ogni 1.000 minatori inviati. Seguirono i bandi per il reclutamento che ebbero notevole successo.

Se le regolamentazioni per arruolamenti e trasferimenti erano precise, lasciarono a desiderare, al contrario, quelle relative a diritti, salute e sicurezza dei lavoratori.

Le condizioni di lavoro erano a dir poco proibitive: a parte la tuta, i guanti, il piccone e una lanterna, i minatori erano alla mercé delle condizioni di miniera. L’assenza di mascherine li esponeva all’inalazione di polveri ricche di silice, causando la silicosi, una malattia che riduce l’elasticità del tessuto polmonare e porta alla morte per insufficienza respiratoria. In inverno, d’altronde, lo sbalzo di temperatura tra sottosuolo (45°C) e esterno (-20°C) non giovava di certo alla loro salute.

Anche le situazioni all’esterno del luogo di lavoro erano malevole. I lavoratori e le loro famiglie erano alloggiati in baracche di ex campi di concentramento che cadevano nelle proprietà dei titolari della miniera. Spesso senza acqua, gas e luce, tra i cumuli di carbone o in mezzo a discariche, essi erano anche gravati da un affitto che poteva aumentare nei giorni in cui il minatore fosse impedito a recarsi in miniera. Le limitazioni di orario per il soggiorno nelle baracche riducevano al lumicino la socialità di questi individui. Farsi trovare in giro in orari non convenuti, li esponeva allo scherno classista dei belgi che li appellavano macaroni’ e alla delazione in virtù di una subdola clausola contrattuale. Essa vietava al minatore di rifiutarsi di continuare a lavorare se non fosse trascorso almeno un anno dalla sua stipula, pena l’arresto. Chi era in giro poteva finire in carcere per essere ricondotto a lavoro in maniera coatta.

Insomma, uno status di schiavi venduti dall’Italia al Belgio per comprare il benessere e rendere possibile il “miracolo italiano” degli anni ’60. Un prezzo che è costato le loro lacrime, il loro dolore, il loro sangue, la loro salute. Se non sono morti laggiù per i crolli o le esplosioni, hanno abbandonato relativamente giovani la vita per malattie causate dalle condizioni di lavoro. 

Allora, i veri eroi sono i medici che curano i malati, gli agenti che inseguono i malviventi o i militari delle missioni di pace (cose per le quali sono ordinariamente pagati)? O forse lo sono questi schiavi, dimenticati dalla Grande Storia, sacrificatisi per darci una vita migliore? Eroi, alla stessa stregua dei minatori bambini della Rep. Dem. del Congo che oggi estraggono il cobalto, elemento indispensabile per realizzare batterie al litio che alimentano i nostri cellulari. 

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Note

(1) Stato: Belgio, Regione: Vallonia, Provincia: Hainaut, Distretto: Charleroi

(2) piccone

*Pubblicato su il Volantino del 16/12/2023

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  1. grazie Rosy,sei una lettrice veramente attenta e perspicace. complimenti....a nome di tutta la redazione di Querce.news