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il magico Uccio – di Virginia De Giuseppe
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il magico Uccio – di Virginia De Giuseppe
Un pomeriggio primaverile di quasi 3 anni fa, mi trovavo a Tricase con il mio fidanzato. Vivevo al nord da 20 anni, durante i quali però mi è capitato spesso di frequentare il Salento non solo per le vacanze di Natale o estive, ma anche per periodi più lunghi.
In uno di questi periodi, mi capitò per caso di scoprire dell’esistenza di un canile tricasino, di cui fino a quel momento non avevo per mille motivi intuito la presenza. Incuriosita ma al contempo preoccupata, andai per fare un semplice giro di volontariato visivo: aveva catturato infatti la mia attenzione un annuncio, in cui si ricercavano volontari per fare una passeggiata ai cani, il tempo di far prendere loro una boccata d’aria.
Lo proposi al mio fidanzato in un sabato pomeriggio, e lui accettò nonostante nessuno dei due avesse mai avuto esperienza in merito. Andammo dunque al canile, e la mia prima reazione fu di forte dispiacere: vedere tanti cani tutti chiusi lì, in quelle minuscole recinzioni, per quanto magari ben accuditi dai gestori, fu per me fonte di forti dubbi mescolati a malcelato dispiacere.
Comunque ero lì per fare inchieste giornalistiche, reportage sociologici o simili, ero una semplice cittadina che voleva rendersi utile un’oretta. Rimasi dunque sorridente perché per me era pur sempre un piacevole pomeriggio primaverile in cui trasmettere un po’ di gioia e serenità, e lo spirito con cui agivo era effettivamente proprio quello, fresco e giovanile, ma ne fui comunque in qualche modo turbata.
Tutti i cani, al nostro passaggio, o ci abbaiavano o ci guardavano spaventati, alcuni nascondendosi. D’un tratto però passai davanti alla gabbia di un cane che fece invece una mossa stranissima: mi fissò con uno sguardo indescrivibile, come se ci conoscessimo da sempre, e fece un movimento che mi parve a sua volta di riconoscere da un’eternitá, una specie di leggero inchino simile a quando i cani vogliono giocare, ma più supplichevole e profondo, era come se mi stesse comunicando qualcosa.
Lí per lí ne fui così spiazzata da non capire quel che stesse accadendo, mi fermai bruscamente di fronte alla sua gabbia chiedendo al gestore che mi era accanto “Ma che strano, fa sempre questo movimento?“. Lui mi rispose di no, e anche se in quel momento ero confusa e disorientata dalla scena, a rifletterla oggi quel che mi creò disorientamento era la percezione che provai, come se mi avesse mandato quasi un messaggio telepatico, come se quasi lo sentii dire “Ti prego portami via da qui“. Non mi era mai successo nulla del genere con nessun animale prima, so che suona eccessivo e “smielato” ma non so come altro descrivere la scintilla profonda che si accese all’istante tra me e lui.
Chiesi al gestore se potessi fare proprio a lui la passeggiata, acconsentí e ci incamminammo tra le timide margheritine primaverili, quelle bianche della camomilla, e gli scontrosi arbusti salentini.
Io pur salentina provenivo di fatto da anni e anni nelle grandi città del nord, tra gli scaffali di Iper la grande I ed Esselunga, dal city life di Milano con le amiche e le grandi gallerie commerciali, per cui mi trovai catapultata in una specie di altra dimensione, una sorta di Alice in the wonderland che univa sapori e odori dell’ infanzia nel Salento più incontaminato ad una specie di portale d’amore universale, che solo chi ha amato un animale conosce, ed era Uccio che mi ci portava.
Provai ad andare via dal canile dimenticando l’accaduto, d’altronde i cani richiedono una certa organizzazione, un giardino, una responsabilità seria che io in quel momento non avevo: ero una giovane donna spesso in viaggio e all’avventura, presa da mille vicissitudini ed esperienze personali, professionali, sentimentali.
E invece la sensazione provata in quel canile non mi abbandonava più, mi si era appiccicata addosso e impiegai i due giorni successivi per cercare una spiegazione logica, non capivo il perché mi sentissi notte e giorno ormai sulle spine: il pensiero di Uccio solo nella sua gabbia del canile per me era inaccettabile. Ero dispiaciuta anche di tutti gli altri cani, ma quel che su gli altri era un dispiacere gestibile e più razionale/intellettuale, sull’ingiustizia cioè di vederli rinchiusi lí, su Uccio mi era insopportabile a livello emotivo e viscerale, trovavo di colpo assurdo non averlo vicino, io che ero sempre stata autonoma, libera e indipendente, ero di colpo completamente dipendente dalla felicità di una creatura vista per tre secondi e con cui ero stata non più di mezz’ora a fargli una passeggiata.
Contattai il gestore dicendo che volevo adottarlo, non sapevo quel che facevo ma non avevo scelta, mi rispose che forse lo stava adottando un’altra persona e questa risposta mi turbó profondamente, come una madre a cui dicono che forse affidano i figli ad un’altra donna. Il mio dna si stava trasmutando in poche ore verso un qualcosa di molto vicino alla maternità e all’epoca non lo sapevo, ero diventata una passeggera di colpo ignara e impotente, dove non avevo più nessuna possibilità di scelta se non prenderlo con me.
Il Lunedì, effettivamente, Uccio era già con me.
Sembra una bella favola, o no? Con un gran bel finale a lieto fine? Bhè, in effetti lo è, se non che poi nei tre anni successivi mi si sarebbe spalancato un mondo a me sconosciuto. Intorno ai cani infatti ci sono due grandi tipi di reazioni: chi li ama da morire (forse fin troppo, in modo perfino eccessivo per il cane stesso) e chi non li sopporta nel senso vero del termine.
Se hai un cane e sei fortunato, ti troverai intorno familiari, parenti, vicini di casa, che a loro volta lo amano o quanto meno ne rispettano il tuo amore per lui. Se sei sfortunato, ti capitano invece persone che non lo sopportano e che possono renderti la vita semi-infernale, perché sembra strano ma avere un cane può renderti di colpo criticabile, una valanga di critiche, polemiche, non collaborazione su un tema per te così caro e delicato.
Questo dualismo apre un sipario sociologico che merita un altro approfondimento a parte,a cui sommare le passeggiate sotto qualunque meteo, i veterinari spesso irreperibili, i proprietari di case che non accettano cani, le lavanderie che vietano piumini di animali, vicini di casa che a priori ne sono innervositi pur essendo magari educatissimo, e chi più ne ha più ne metta. Si apre un mondo immenso vivendo con un cane, spesso controverso e difficoltoso, ma non per questo meno “magico”. La magia resta la base su cui non c’è molto da analizzare, va accettata e basta come un’emozione inspiegabile che possono creare. Invece sul lato sociologico e intellettuale intorno all’argomento c’è molto da dire. Ci vediamo alla prossima puntata su Querce, io e Uccio per ora vi salutiamo, mentre ci lasciamo questo gelido inverno alle spalle e ci prepariamo per la nostra quarta primavera insieme.
Virginia De Giuseppe
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