Il poeta pittore che dipinse l’Anima Salentina – di Alfredo Sanapo

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Il poeta pittore che dipinse l’Anima Salentina – di Alfredo Sanapo

INTRODUZIONE

Quattro anni fa la scomparsa di Francesco Riso (1947-2022). Il Salento e il mondo dell’arte hanno perso una voce autentica e una mano sensibile, capace di tradurre in versi e colori l’anima profonda della sua terra.

IL POETA

Nato a Corsano (LE), Riso fu un artista la cui traiettoria, sebbene inizialmente segnata da un “esordio” discreto e un riconoscimento graduale, ha lasciato un’eredità di intensa liricità e profonda ricerca espressiva. L’assenza di notizie di opere pubblicate o altri cenni bibliografici avrebbe potuto far pensare ad un inedito. Tuttavia, in lui latitano sin da subito le incertezze e le ingenuità proprie dell’esordiente. “Il suo breve corpus poetico si presenta ben strutturato intorno ad un nucleo organico puramente lirico, da cui ogni dato storico reale è tenuto rigorosamente lontano. Il suo è un discorso tutto metaforico che, strutturato in strofe, spesso evidenzia nell’uso dell’analogia, movenze ermetiche, confermate dall’essenzialità e secchezza di linguaggio” (Bruno Maier).

Non è dunque un caso che i primi critici, già nel 1977, ne rilevassero il “piglio di denuncia e la capacità di cantare la condizione di meridionale isolato” pur nella consapevolezza di una poesia che “non ha mai disdegnato di nascere povera e da poveri” (“Il dolore nella poesia Italiana di Sabino d’Acunto” – nota di Claudio Toscani).

La sua lirica cupa, lucidamente disperata si nutriva di un’angoscia esistenziale, un discorso metaforico che non evitava il quotidiano peso della fisicità, della carne dilaniata e intrisa di sangue” (“Il dolore nella poesia Italiana” di Sabino d’Acunto – nota critica di Giorgio Berti).

La sua “bella raccolta“, inclusiva di opere come “Regina dei mari e delle terre” e la poesia “La nave dei folli“, ha trovato meritati riconoscimenti, come l’invito al Premio Lorenzo Montano nel 2006 a Verona, evento noto come “Biennale di Poesia di Verona“, un’occasione che sanciva la qualità e la ricchezza del suo interesse poetico, nonché una menzione speciale (2004) per la raccolta “Finibus Terrae” (1993) nel Concorso Letterario “Nuove Parole” di Siracusa. D’altronde, il famoso critico letterario prof. Ennio Bonea così si esprimeva su quel corollario: “Questa è una bella raccolta: contenuta nei testi pubblicati; omologa e centrata nei temi attuali, libera dal topos dell’inquinamento (dell’ambiente, della psicologia, dei sentimenti, della cultura); elegante nella struttura del linguaggio anche quando eccede alla terminologia gergale. Una poesia fatta di emozioni fondamentali, che rifugge dal descrittivismo esteriore e dalle passioni familiste dalla nostalgia di un passato defunto“.

IL PITTORE

Francesco Riso non fu però solo poeta, ma artista a tutto tondo, come attestò il compianto prof. Mario De Marco, critico letterario e critico d’arte, ravvisando una continuità tra le due espressioni. “Artista dotato di rara e penetrante sensibilità scevra da effetti estetici, mira a scarnificare il soggetto onde trarre da esso significati e simboli“.

La sua condizione di autodidatta non è stata mai un limite, poiché immaginazione, sensibilità e creatività sorreggono un’opera che, sicura nel suo affinamento, offre l’impressione di trovarsi di fronte ad una produzione antologica per la vastità delle diversità stilistiche.

Le sue opere pittoriche fortemente espressioniste utilizzano forti e vivide cromie per decifrare l’inconscio e la volontà prometeica di un uomo che faceva sempre i conti con la realtà e le angustie dell’essere e dell’esistere.

Nei suoi paesaggi, il basso Salento prende vita: il colore si fa calore, simbolo della terra riarsa. Gli ulivi, i muretti a secco divengono emblemi di una civiltà contadina ormai al tramonto.

Anche i suoi ritratti, lontani da una pedissequa riproduzione, svelano sentimenti di velata malinconia e di volizioni represse, testimoniando la sua capacità di andare dentro e dietro alle cose, interpretando il soggetto, proiettando sulla tela tutte le aspirazioni cui gli umani agognano.

La sua evoluzione artistica, già nel 1983, subisce un processo di dissoluzione del figurativo, culminato nel ciclo “Variazioni sull’infinito” (1989-91), dove la scelta dell’acrilico segna un abbandono nelle forme del colore. Questa transizione non è fuga, ma approdo, tentativo di andare oltre il quotidiano spostando l’attenzione alla ricchezza infinita del colore e dello spazio, viaggio nell’oceano dei colori, per non fermarsi mai” – spiega in una sua ineccepibile analisi il prof. Hervé Cavalera nell’articolo. “L’oceano dei colori nella pittura di Francesco Riso“.

Il segno diviene lacerazione intellettuale, lettura della crisi sociale, che trova eco nei paesaggi dai colori accesi e dagli insiemi destabilizzanti, fase pittorica in cui i tentativi d’innovazione appaiono come rottura nell’equilibrio prospettico tradizionale, espressione di un’insoddisfazione della forma che abdica verso il colore. La rabbia delle pitture iniziali cede così ad una compostezza nervosa dove l’animo del pittore si diffonde in un vagare senza meta nell’universo pittorico.

Saltata la riconciliazione con l’oggetto, non resta che il viaggiare nell’universo dei colori.

CONCLUSIONE

Francesco Riso, dunque, è stato pittore e poeta “efficace”, capace di intrecciare parole nuove e antiche innestando, con un lessico moderno, in una lezione di immediatezza filmica e televisiva, spaziando per vie misteriose dal figurativo al simbolico fino all’astrazione, in una costante esplorazione del cosmico ed una dinamicità rivissuta con slancio immaginativo e con serietà di afflati creativi.

Per comprendere questa inscindibilità tra poeta e pittore, ci affidiamo alle parole dell’indimenticato prof. Vittorio Balsebre. “Un poeta mai rinuncia alla sua vena creativa allorché trasferisce la sua poetica, appunto, sul piano della figuratività pittorica o scultorea. Cambia la tecnica, ma l’inventiva è sempre pregnante. Avanza in una organica continuità, dove la personalità si fa ancora più completa e definitiva, ove l’immagine prende il posto del verbo”. È quel “lirismo poetico” crociano in cui la fervida immaginazione sostiene il racconto, alternando stasi e movimento in dettagli fantasmagorici.

La scomparsa di Francesco Riso rappresenta la fine di un percorso terreno, ma non dell’eco dei suoi versi e del suo pennello che continueranno a risuonare tra le radici profonde della cultura mediterranea, un “canto aulico” che, pur nel mistero di un verso che sfugge al controllo, si è insinuato tra i concetti e i colori, regalando al mondo una “vena sincera” e una “fantasia mediterranea” che non cesseranno di ispirare.

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Redazione

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Ultimi Commenti

  1. grazie Rosy,sei una lettrice veramente attenta e perspicace. complimenti....a nome di tutta la redazione di Querce.news