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In un mondo ingiusto e capovolto
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In un mondo ingiusto e capovolto
di Virginia De Giuseppe – – –
Che strana la società. Da sociologa, non la vedo né cattiva come si tende ultimamente a credere forse per una distorsione dei social, ma neanche buona come l’apparenza zuccherina e falsamente cortese in vari contesti fa illudere sia.
A me la società appare da sempre strana, è questo il termine con cui la descriverei. Non a caso decisi a 18 anni di studiare sociologia: non era per me una laurea parcheggio, così tanto per fare qualcosa di apparentemente leggero, ma una passione vera, profonda, per tentare di comprendere vari meccanismi ai miei occhi stranissimi, che per certi versi percepivo capovolti e invertiti.
Coglievo molti paradossi ed enormi incongruenze, mi pareva di percepire molti equivoci a cui non trovavo un nome, ed era come se i conti non mi tornassero mai, un po’ come un matematico che si scervella a risolvere una strana e misteriosa equazione. Eppure ero piena di amiche e amici, ed ero a mio agio con loro, ma per quanto mi risultasse divertente e piacevole, sentivo il bisogno di spiegazioni su molti fenomeni e capii che necessitavo di studi più approfonditi per far luce su molti miei dubbi.
Oltre ai grandi temi, per cui non mi capacitavo ad esempio di come io vivessi nell’abbondanza mentre in Africa non avevano da mangiare, non mi spiegavo anche una miriade di questioni “minori”, apparentemente banali ma che catturavano la mia attenzione: ad esempio, come mai persone apparentemente razionali e di buon senso, dentro uno stadio di calcio mi parevano come impazzite in un tifo sfegatato, adottando comportamenti che altrove o da soli non avrebbero mai adottato?
Trovai le prime spiegazioni nelle aule universitarie di Bologna, studiando “La folla” di Le Bon, che in qualche modo introduceva risposte sui meccanismi per cui, inseriti in gruppo o nella folla, le persone adottassero comportamenti che individualmente non avrebbero mai avuto. Rimasi anche colpita dal libro “Comunità e società”, di Tonnies, che spiegava invece le enormi differenze tra l’individuo nato in una piccola comunità di provincia e un individuo nato nelle grandi città, e mi iniziava a chiarire molte dinamiche su Tricase e il Salento per me altrimenti inspiegabili, ad esempio quella paura costante e collettiva del giudizio altrui che percepivo più o meno in tutti, e che nelle città sebbene presente alleggeriva di molto la sua morsa. Poi mi affascinava il concetto di Blasè, di Simmel; e che dire degli studi di Durkheim sul suicidio? Fu il primo a intuire che perfino una cosa apparentemente personale come il suicidio, fosse in realtà leggibile in chiavi statistiche e legandolo ad altri fenomeni sociali.
Insomma, non c’è che dire, la sociologia mi fece innamorare davvero. Comunque stiamo divagando ma neanche tanto, questa in corso è già una mezza premessa al concetto di equivoco sociale a cui stiamo per giungere.
Un equivoco enorme ed attualissimo che è interessante approfondire nel 2025, è il seguente: vi è una crisi climatica in corso, un’emergenza seria e reale che compromette gli ecosistemi, che mette a rischio di estinzione molte specie animali, e che per la prima volta sta mettendo anche in serio pericolo la razza umana. Come mai questo fenomeno non viene percepito pienamente come tremendo? E come mai vi è una distorsione intorno a colui o colei che se ne occupa? Non è allarmismo, non è complottismo, non è un film apocalittico americano. È la realtà del 2025, basta leggere ad esempio “I bugiardi del clima”, di Stella Levantesi, un ottimo libro suggerito anche dai professori universitari di Sociologia Ambientale, per avere una mappa chiara di come si sia arrivati a tutto questo, quali dinamiche economiche e sociali siano state decisive e quali siano i meccanismi sociali che tendono tuttora a generare sottovalutazione se non vera e propria rimozione collettiva.
A questa analisi ricchissima di documenti, fonti e prove, ci aggiungerei un’altra osservazione: chi si occupa di queste tematiche, a meno che non sia un noto scienziato che ne parla in termini puramente tecnici, o un politico strettamente legato all’ambiente, se ne parla ad esempio da semplice cittadino viene percepito ancora in questi mesi come un “buono d’animo”, oppure un “sognatore”, un “utopista”, insomma un dolce ingenuo che spera e sogna un mondo migliore. Come è possibile questo ennesimo equivoco sociale? Ennesimo se lo sommiamo ad esempio agli altri equivoci sociali già pre-esistenti nella nostra cultura, tipo:
- Persona buona =debole e ingenua
- Persona gentile= mancanza di carattere
- Persona disponibile= da calpestare e sfruttare
- Persona che rispetta gli animali= sensibile inteso come fragile
Per parlare dell’equivoco ambientalista=sognatore, ci aggiriamo in questi ambiti. Tra l’altro, andrebbe ormai quasi eliminata la parola ambientalista, fa pensare o a una corrente new age, ai figli dei fiori nel loro senso meno politico e più edonistico, o a caratteristiche come dicevamo legate quasi alla sensibilità personale, alla tenerezza.
Quindi, ricapitolando: una persona che si occupa di urgenze serie che mettono a rischio la vita e la salute praticamente ormai dell’intero pianeta, non è percepita per quel che è, appunto una persona che si occupa con razionalità di un’emergenza collettiva, ma è percepita o una hippie con fiori in testa al concerto di Woodstock traslata in tempi moderni, o una “buona di cuore”, una persona sensibile, tenera e fragile. Ma per favore dai!
Potremmo fare una lunga analisi su questo capovolgimento, ma non sempre le lunghe analisi sono la strada giusta. A volte sono necessarie per snocciolare un fenomeno, mentre altre volte, come in questo caso, è sufficiente già accendere il faro su una questione, e lasciare alla libera interpretazione del lettore individuare le cause di questa distorsione. In fondo, siamo tutti un po’ sociologi.
Il punto è soffermarsi o meno su un fenomeno piuttosto che un altro, e nell’immensa quantità di stimoli soprattutto di quest’epoca, le troppe informazioni da processare creano dispersione. Quindi il mio compito stavolta si chiude già qui, nel segnalare questo equivoco sociale, circoscriverlo, evidenziarlo e metterlo in copertina:
Come mai una persona che si occupa di emergenze reali e attuali, viene spesso percepita solo come un sensibile sognatore dal cuore grande?
Lascio la domanda aperta, così come la mente e il cuore. A proposito, altro equivoco nell’equivoco: la parola cuore viene spesso percepita come smielato cuoricino, un’immagine melensa e adolescenziale da baci perugina, snaturandolo del suo significato autentico che aveva piuttosto a che fare con la verità nuda, con il coraggio, con la fede e la coscienza.
Va bene, vi saluto e in tutto ciò, per quel che mi riguarda, amo i sognatori e lo dico non da equivoco sociale, non fraintendendoli per fragili o con la testa tra le nuvole: amo quelle persone che hanno davvero sperato in un mondo migliore, e che hanno contribuito a renderlo tale. Che vanno oltre il proprio orto, la propria famiglia, i propri interessi: amano e curano anche quelli, ma si occupano poi di cose che vanno oltre il proprio giardino. Insomma è più forte di me: in un mondo ingiusto e capovolto, i cosiddetti “sognatori” li percepisco anzi come i più forti e radicati. Ciao a tutti con Dream baby dream, di Bruce Springsteen. La ascoltavo stamattina all’alba portando il mio cane Uccio a passeggio e risvegliandomi dopo uno strano sogno di una notte di mezza estate.
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Tanta roba!