L’albero del fallodendro, con tanti frutti e tanti semi

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L’albero del fallodendro, con tanti frutti e tanti semi

di Serena Laporta – – – – –

Nel 1999, durante uno dei tanti restauri del patrimonio artistico nell’immenso tesoro toscano, venne rinvenuto, sotto diversi strati di intonaco, un gigantesco affresco. Si interveniva per riparare i danni da infiltrazione di una fonte in una delle grandi nicchie di un severo palazzo medievale destinato fin dalla sua costruzione, nel 1265, ad accogliere il granaio pubblico.  Il palazzo venne edificato intorno alla fonte, che i mastri costruttori fecero zampillare dalle nicchie lungo il perimetro. Al piano superiore i grandi magazzini per le scorte dei raccolti. Acqua e grano nello stesso luogo, vita e sopravvivenza per la comunità, questo l’intento.  

L’affresco casualmente affiorato raffigura un grande albero fronzuto, il fallodendro, neologismo adottato per l’antica pianta, ricca di foglie e frutti che sono organi riproduttivi maschili, umani, sono falli, penduli o eretti, di varie dimensioni e peso, alcuni turgidi ma più spesso piccoli mollicci e dal colore roseo.  Ai piedi dell’albero varie figure femminili si contendono i frutti, due di esse si tirano i capelli mentre tentano ognuna di mettere un frutto in saccoccia, un’altra prova a coglierne uno tirandolo giù dal ramo con un arpione, altre confabulano, forse invidiose del bottino delle colleghe, mentre intorno volteggiano dei grossi uccelli neri, verosimilmente aquile, che disputano alle ingorde donne i generosi frutti o li proteggono da quelle, mistero dell’allegoria. Ci conduce nella storia dell’ingombrante e misterioso affresco un antropologo appassionato ed esperto di Medio Evo, di culture antiche, di medicina arcaica, di filosofie e tanto altro, Vinicio Serino, nel delizioso saggio Massa Marittima: la fonte dell’Abbondanza, ipotesi e suggestioni, Betti Editore 2024, di cui si occupa da anni con la curiosità famelica tipica dello scienziato. Oltre a descrivere minuziosamente la pittura  ci introduce nelle possibili interpretazioni del simbolismo medievale, un universo di trame e  credenze popolari  ma anche di storie documentate della cultura del tempo,come l’impiego di batterie di streghe pagate sottobanco con soldi pubblici del  Granducato per  organizzare e lanciare malefici contro i nemici, a mò di granate, un’arma di guerra mortale come un’altra,  ma anche del  parallelismo con le miniature di un codice francese del Roman de la Rose,  dove piccoli fallodendri, alberelli carichi di frutti fallici, sono raccolti da suore,  serafiche  e sicure di non incorrere nella blasfemia a causa di questa insolita vendemmia, ma anzi autorizzate, benedette  e sotto l’imprimatur dell’insegnamento di  Tommaso d’Aquino che giustifica il piacere della carne con la volontà di Dio, o delle leggende toscane secondo cui le donne tagliavano il pene all’uomo per metterlo nei nidi e farne crescere altri, preziose talee per raccolti futuri. Da due decenni studiosi di tutto il mondo si confrontano sulle tracce degli archivi nel tentativo di trarne  la storia vera, notizie certe sull’autore, sulla datazione precisa e quindi sulla committenza nell’epoca delle lotte politiche tra Guelfi e Ghibellini, ma soprattutto sul suo significato, destinato a non essere mai pienamente svelato e che va dalla satira politica, alla celebrazione della fecondità, alla ostentazione di ricchezza e potere, alla gloria dell’abbondanza o alla natura peccaminosa delle donne,  fino all’avvertimento dai rischi delle alleanze pericolose e delle guerre, e alla semplice deduzione che  “in tempi lontani fecondità e procreazione assumevano una sacralità diversa da quella del solo piacere erotico e fisico” come poi è avvenuto nelle variazioni culturali dei secoli  fino ad oggi, oramai avulse dall’urgenza biologica della riproduzione della specie.  E’ certo che nello scorrere del tempo il grande affresco sia stato ritenuto osceno, scandaloso, peccaminoso e irriverente come tanti altri capolavori, e per questo coperto da strati di malta e pitture diverse. Quante cose sono state “coperte” in nome della fede.

Ora, tanti  secoli dopo, i Guelfi e i Ghibellini sono estinti,  simboli allegorie e leggende sono alle nostre spalle, la fede ha cambiato alcune  traiettorie e obiettivi, possiamo affermare che i frutti del misterioso fallodendro sono solo frutti, evidentemente gustosi e desiderabili, possono essere mangiati assimilati ed evacuati tranquillamente senza averne mal di pancia e diarrea, possono essere masticati e sputati, pelati grattugiati spremuti, se ne possono fare conserve composte e marmellate, conservati sotto spirito o cotti sulla brace, ma, per adempiere al  principio di riproducibilità i loro semi devono riposare in una tiepida e fertile terra per dare vita a nuove piantine.  E possiamo affermare, lo sappiamo, che il fallodendro è una pianta killer, invade e si appropria di tutto, e vuole avere ad ogni costo l’accogliente terra su cui abbandonare la sua imperitura impronta, i suoi semi. Perché la terra si calpesta, la terra sta sotto, lo dice un guardasigilli avvinazzato che questo è “un fattore del DNA”,  quindi genetico secondo lui, e i nuovi ideali di fertilità  sono cantati da scialbi profeti, piante scacciamosche,  il pallido e spento Malan, la minuscola conversa Roccella  e l’incoerente fuggitiva Meloni,  che lottano strenuamente e strumentalmente  per affermare i principi di una feconda e prolifica  società in cui le donne, come nell’affresco, vorrebbero accapigliarsi per cogliere il sacro frutto, per accoglierne i  semi da far  germogliare di nuove piante, a loro volta ricche di fronde e di nuovi penduli frutti, e  il corpo femminile campo sempre arato, humus della vita, pronto alla semina, possibilmente coperto di letame.

Il medio evo che viviamo ci riserva ancora tante piante magiche e prodigiose, soporifere ed estranianti, gli incantesimi si esercitano con un clic, i morti di fame, nel frattempo divenuti morti di fama, vendono l’anima all’algoritmo per un like, Tajani e Urso mescolati insieme in un grande paiolo produrranno un filtro d’amore a base di belladonna e stramonio, favorevole al concepimento forse, e nient’altro, dopo solo un lungo sonno profondo, quasi mortale.

 E’ tempo di nuovi affreschi, affreschi contemporanei, unghie incarnite, pietanze venute male, ricrescite di capelli, brufoli sul punto di esplodere e tutti a chiedere consigli alla community, ultimo oracolo di Delfi. Solo che a Delfi si ricevevano lunghe criptiche risposte a cui seguivano interminabili confronti e pubbliche discussioni sul significato e sul presagio, ora si rimane lì, connessi, anche quando non accade niente e l’unica risposta dell’oracolo è un minuscolo pollice blu, miliardi di inutili monologhi scambiati per dialoghi. La nostra nicchia, il nostro albero portentoso è questo, un immenso fallodendro, dove ognuno tenta di spiccarne un frutto, anche piccolo, da pesare in numero di interazioni.

 La nuova intelligenza e l’accademia artificiale  ci stanno abituando a vedere rappresentazioni nuove e accattivanti, donne  ignote e famose, giovani e vecchie, attrici e influencer, politiche e giornaliste, mogli, madri, sorelle, figlie di qualcuno, con parti del corpo elaborate dai nuovi software,  denudate e rese desiderabili come frutti da cogliere, spesso compiacenti,  molte volte completamente ignare e tradite dai propri stessi compagni, in ogni caso appese lì,  nell’immensa nicchia del web, come i frutti del fallodendro nell’affresco toscano, salvo che non si può più ammantare di intonaco e così le immagini viaggiano, i nuovi affreschi vengono condivisi, scambiati, venduti, commentati e spesso vilipesi. Eppure, nonostante questa abbondanza non si riesce a seminare, far germogliare nuove piante, il giardino si sta spogliando e il raccolto sempre più magro.  Inverno demografico lo chiamano, e d’inverno soffrono i miserabili. Forse per questo si è stabilito un obolo per la nascita di ogni nuova pianta, seppur con specifica raccomandazione all’adeguatezza dell’ISEE, perché se sei povero è meglio che semini, così ricevi un bonus e non sei più povero, pazienza poi se la piantina crescerà senza supporti, annaffiature, senza sole, senza alimenti. Però per fortuna per questo problema c’è un tale che si adopera per risolverlo, Robert Aldon, in arte @JoeDonor, forse la minuscola conversa Roccella ancora non lo sa, uno che ha una bancarella di semi di fallodendro su Instagram, e li offre gratis “Contattami, Joe ti consegna in giornata un bambino con sperma”, un gesto di inatteso altruismo, a parte le spese di spedizione, 200 euro, o di rimborso chilometrico in caso di incontro diretto. E c’è una fila a questa bancarella, sembra una festa, sembra di essere alle Tesmofòrie di Atene. Tante donne felici di partecipare al rito propiziatorio, di accettare segretamente il prezioso dono e diventare madri.  Ne ha offerti talmente tanti di semi che pare abbia più di 200 figli sparsi per il mondo, solo che ora si è messo nei guai, da qualche tempo anziché spargere il seme e involarsi, scomparire come un qualunque Priapo, ha deciso di rivendicare qualche figliolanza e questo, oltre a far sprofondare in un incubo le famiglie interessate, ha riproposto un enorme quesito ai legislatori di tutto il pianeta: di chi sono i figli dei donatori? I donatori, in qualità di semplici “annaffiatoi “possono dirsi proprietari dei frutti, possono avere accesso ai figli, possono voler tardivamente riconoscerli a dispetto della volontà dei legali genitori?  Interrogativi enormi, che inquietano le coscienze in un occidente alle prese con un calo demografico senza precedenti, e che per la nostra piccola minuscola Roccella saranno come un’equazione di Dirac,  e così è meglio continuare a suonare l’adagio  dio-patria-famiglia, tra l’andante e il largo, e somministrare giorno per giorno, a piccole dosi,  estratti di erbe magiche,  per togliere il dolore, per cancellare la memoria, per trasformarci in maialini in un recinto come i compagni di Ulisse, senza porci domande,  senza porre domande, per  non attendere risposte, ma rimanere in estasi,  ammirare la nicchia e nella nicchia adorare l’affresco, l’albero di Meloni, carico carico di frutti fallici.

Per approfondimenti:
Massa Marittima: la fonte dell’Abbondanza, ipotesi e suggestioni – Vinicio Serino  – Betti  Editore 2024
Le donne alle Tesmofòrie – Aristofane  – Mondadori

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Redazione

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  1. grazie Rosy,sei una lettrice veramente attenta e perspicace. complimenti....a nome di tutta la redazione di Querce.news