Naumachia del terzo millennio – di Serena Laporta

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Naumachia del terzo millennio – di Serena Laporta

Tra gli spettacoli più grandiosi a cui gli esseri umani abbiano mai potuto assistere ci sono le Naumachie, simulazioni di vere battaglie navali per celebrare le vittorie dei Cesari. Roma metteva in scena le Naumachie in luoghi pubblici e negli anfiteatri, anche al Colosseo, di cui allagava, colmandola, l’intera arena, per far vedere al modo la sua POTENZA con la replica delle guerre vinte sui mari.

Svetonio ci narra che Cesare, tornato vincitore su Pompeo, avendo dominato di più genti e terre di lui, e avendo ucciso più uomini donne e bambini di lui, proclamato finalmente dittatore, nel 46 a.C. organizza una serie di fastose celebrazioni di sé stesso, rigorosamente intrise di sangue umano. Un’organizzazione poderosa, capillare e dispendiosa, per quaranta giorni organizzò banchetti per il popolo, spettacoli musicali e teatrali, corse di cavalli, battaglie con soldati, combattimenti di belve feroci e combattimenti con belve feroci. Il culmine dei festeggiamenti ebbe luogo nella Palus Caprae (la Palude delle Capre) nel Campo Marzio, che egli ordinò di riempire con l’acqua del Tevere. Lì vennero portate due flotte di biremi, triremi e quadriremi, con quattromila rematori e duemila membri di equipaggio a bordo, tutti schiavi di Tiro e dall’Egitto o condannati a vario titolo reclutati dalle prigioni, che per il godimento e la meraviglia degli spettatori si affrontarono in un’autentica battaglia navale. Accorsero genti da ogni angolo dell’impero, nelle zone circostanti furono montati accampamenti, le strade di Roma brulicavano di prostitute, ladri e allibratori. La folla era tale che molti dormirono per strada le notti precedenti pur di assicurarsi una buona visuale. Tanti, tra cui anche alcuni senatori, morirono per asfissia o schiacciati nella ressa e molti vennero giustiziati per crimini. Fu la prima naumachia di cui si abbia notizia nella storia di Roma, un immenso kolossal, una gigantesca farsa vera in cui uomini, i naumacharii, gli schiavi e condannati di Roma, indossate le divise di uno o dell’altro schieramento, simulavano la battaglia, ma combattendo realmente e perdendo realmente la vita, non senza aver offerto il famoso ultimo saluto “Ave Caesar, morituri te salutant”.  Poco più di un anno separava tali festeggiamenti dalle Idi di Marzo.

Altre memorabili naumachie seguirono, grandiose e indimenticabili, tanto quanto l’ambizione dell’imperatore di turno. La naumachia divenne per Roma il momento di esporre il proprio dominio dei mari, della propria ineguagliabile ingegneria navale e del suo superiore potere strategico, ma anche o soprattutto della propria violenza. Le navi sconfitte, anche se per gioco, alla pari di quelle reali, venivano affondate e trucidati rematori e marinai, attori che incassavano il cachet –  la perdita della vita, il più delle volte – per il visibilio della folla. Tacito, nei suoi Annales, scrive “Si combatté da valorosi, benché fossero criminali, così, dopo molto spargimento di sangue…”

Noi tutti abbiamo ora il nostro posto in platea, impantanati da mesi nella nostra Palude delle Capre, lo stretto di Hormutz, e non c’è stato bisogno di allagarlo né di portare galee stracolme di mercanzie, erano già tutte lì con i loro carico prezioso di oro nero, microchips e fertilizzanti, beni primari – pane per occidente e oriente.  Il capo comico Trump ha solo organizzato il grande spettacolo per il diletto suo e dei suoi amici e parenti, i nuovi allibratori, scommettitori di professione delle borse mondiali. Da attorucolo e biscazziere qual è conduce da mesi questa partita con rilanci sempre più improbabili ma comunque roboanti e truci, perché al contrario di ciò che rimproverò al misero Volodymyr  Zelens’kyj, lui  “ha le carte” e quindi gioca.  Nei giorni dei proclamati e mai realizzati trattati di pace, delle tregue armate, della roulette delle oscillazioni di mercato, viviamo da spettatori coatti questa naumachia del terzo millennio, una farsa vera, e non dobbiamo spostarci, prenotare le migliori posizioni per vedere, perché arriva direttamente a noi, in un sottofondo monotono e costante a cui ci siamo abituati, ci narra della imminente fine delle finte ostilità, della continua farneticante dichiarazione di vittoria o di sconfitta dell’altro, e noi non protestiamo, non organizziamo marce per la pace, perché in fondo sappiamo che è un gioco, anche se macabro. In realtà gli schiavi siamo tutti, noi tutti siamo i naumacharii prigionieri del nuovo cesare, Trump, commander-in-chief della più poderosa forza navale, quella statunitense, che con i suoi undici gruppi da battaglia di portaerei a propulsione nucleare, può proiettare la propria potenza letale praticamente in ogni punto del globo attraverso l’uso combinato di tecnologia bellica aerea e navale, di cui fa orgogliosa mostra nel Golfo Persico minacciando di distruzione tutto e tutti se non si appaga la di lui voracità di fama e potere.  Di ora in ora, giorno per giorno, rimaniamo in attesa della conclusione di questo sfiancante gioco di ruolo, da una parte i satrapi persiani, un tempo talmente abili guerrieri da essere chiamati gli “Immortali”, oggi ugualmente feroci, ma rimasti campioni nell’arte della repressione e dell’impiccagione quotidiana di qualunque oppositore e oppositrice,  dall’altra il più ambizioso strampalato presidente della storia, che a dispetto dei certificati medici universalmente sbandierati di “sana e robusta costituzione”, rivela, oltre che una grave forma di social media addiction,  soprattutto un irrefrenabile impulso all’arricchimento personale, al  dominio, al disprezzo e alla violenza e  che, al pari del nemico, si sente investito del sacro ordine messianico di distruggere ogni nemico del suo amico, il capo di Israele,  che annega quotidianamente nel loro stesso sangue centinaia di migliaia di bambini, donne, uomini, lì dove finisce l’area di gioco, oltre le quinte, al di là del teatro,  da Gaza e fino a Libano, in un corridoio di morte, distruzione e annientamento dell’umanità. Ma la Palude delle Capre di oggi, non è solo l’arena, è anche l’arma, lo stretto nel Golfo Persico si è trasformato in una gigantesca catapulta in mano ora all’una ora all’altra parte. E quello che sembra il giocatore soccombente, prima di lasciare il tavolo da gioco, non solo non consegna il suo prezioso bottino, ma pare voglia anche le mutande extralarge del nuovo ridicolo cesare. Questo osserviamo da spettatori, ma anche i patetici comprimari e le comparse, le spalle, i suggeritori e le attricette debuttanti a caccia di un comodo ruolo da protagonista nella grande farsa messa in piedi dal presidente degli USA. La sua acredine e l’insuperabile desiderio di vendetta e di rivincita che lo contraddistingue hanno fatto un nuovo prigioniero, ha mangiato una Dama. Proprio come Cesare invidioso di Pompeo, anche Trump gioca alla guerra civile, la guerra contro gli alleati, e proprio come Cesare, volendo ad ogni costo superare Pompeo in vittorie, alla fine combatté e uccise nobili e valorosi  romani solo perché  gli si erano opposti ed erano sopravvissuti alla disfatta di Farsalo.   Nell’immensa arena del circo del ridicolo cesare americano è finita suo malgrado la capa di governo italiana, quella che un tempo fu la sua migliore amica, la pontiera trans-atlantica Meloni Giorgia, che insultata pubblicamente perché da penosa e patetica ex-fan che continua a richiedere autografi e selfie  al capo clown, anziché assumere la postura che si addice ad un politico del massimo livello si lancia in un bisticcio piccato via social fra vecchi innamorati, forse perché così il messaggio a Trump arriva prima? o con l’intenzione di farci commuovere tutti come davanti ad una moglie ingiustamente tradita e condividere così il senso di ingiustizia con tutti gli italiani, diluendolo per sessanta milioni di volte così che alla fine non resterà neanche una goccia? I suoi più fedeli supporters, Salvini e Taiani, che non hanno neanche bisogno del naso finto per essere pagliacci, si sono prontamente trincerati dietro lo scudo dell’”offesa a tutti gli italiani” allargando quindi per latitudine e longitudine il “mi fa pena” di Trump a tutto il suolo patrio.

Dovremmo quindi essere tutti risentiti, offesi, “allibiti” delle parole di Trump? Dovremmo da naumacharii imbracciare i remi e combattere tutti contro la poderosa armada, sparare a raffica sui social contro il tirannosauro americano? Dovremmo sulle nostre barcarole bucate difendere l’onore della presidente del consiglio che sua sponte si è gettata nell’arena, che ha abbracciato completamente e acriticamente le politiche di uno squilibrato che ha guidato l’assalto al Capitol Hill? Dovremmo sentire empatia e solidarietà per una donna madre cristiana che ha guardato e guarda indifferente l’amico e l’amico del suo amico sterminare un intero popolo, ridurlo alla fame, privarlo di ogni diritto? Dovremmo risentirci per la perdita dell’amicizia speciale con l’alleato storico perché con eguale indifferenza e pilatismo non siamo intervenuti a dare supporto nella battaglia per l’esclusiva dell’arma atomica?  Dovremmo sentire il rimpianto di aver perduto il favore e la simpatia del capo della più immorale e corrotta tribù politica in Occidente? 

Lo spettacolo continua, siamo intrattenuti e nel contempo manipolati per tenerci lontani dalle tante urgenze di buon governo e amministrazione che attenderebbero la presidente del consiglio, che tanto suo orgoglio ci ha vomitato in faccia in innumerevoli occasioni. Ecco, ora lo raccolga tutto il suo orgoglio, anche se sanguinante e incerottato, e lo usi per non sentirsi dileggiata da un buffone solo per aver chiesto una foto ricordo da dare in pasto agli italiani.

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Redazione

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  1. grazie Rosy,sei una lettrice veramente attenta e perspicace. complimenti....a nome di tutta la redazione di Querce.news