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Il lato oscuro del nostro armadio
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Il lato oscuro del nostro armadio
di Alfredo Sanapo – – – –
La pratica della raccolta degli indumenti usati negli appositi contenitori, sebbene spesso percepita come un gesto responsabile, non è purtroppo l’unico nostro comportamento scorretto che contribuisce ad alimentare le distorsioni del fenomeno del fast fashion.
Nel mio precedente contributo mi sono soffermato soprattutto sulle ricadute ambientali di questo sistema: in questa occasione, invece, intendo analizzarne le conseguenze sociali, che si manifestano a migliaia di chilometri di distanza dai nostri armadi.
La crescente e incessante domanda di capi d’abbigliamento ha prodotto un abbassamento dei prezzi senza precedenti. Questo apparente vantaggio per il consumatore occidentale ha però aggravato profondi squilibri in diversi Paesi asiatici, nei quali l’industria tessile rappresenta il principale settore economico.
In Bangladesh, ad esempio, l’espansione di un mercato estremamente competitivo ha intensificato il ricorso a manodopera a basso costo, accentuando fenomeni di sfruttamento sistematico. Neppure il tragico crollo di Rana Plaza, a Savar, nella grande area di Dacca, — un edificio commerciale di otto piani collassato il 24 aprile 2013 a causa di gravi carenze strutturali — ha determinato un reale cambiamento nelle politiche di tutela dei lavoratori. Gli interventi statali successivi si sono infatti concentrati quasi esclusivamente nella sicurezza degli edifici, trascurando questioni fondamentali come i salari e gli orari di lavoro. Parallelamente, l’aumento dei ritmi produttivi ha aggravato l’inquinamento delle acque, un problema particolarmente grave in un territorio in gran parte sotto il livello del mare per gran parte dell’anno e attraversato da una fitta rete di canali agricoli, dove la contaminazione idrica ha effetti devastanti.
Anche un sogno lontano nel tempo, oggi ormai infranto, continua a produrre conseguenze dannose nello spazio. Il sogno di “produrre di più con meno materia prima”, alla base della politica autarchica promossa da Mussolini dopo l’embargo imposto dalla Società delle Nazioni nel 1935. Quel sogno, celebrato con l’entusiasmo futurista di Marinetti, aveva un nome: viscosa, oggi nota come rayon, una fibra ottenuta dalla cellulosa con ottime rese produttive. Il mito resistette anche nel dopoguerra come testimonia il film di Michelangelo Antonioni “Sette canne, un vestito“, ma si scontrò con la realtà degli effetti nocivi degli acidi e delle sostanze chimiche utilizzate nel processo, responsabili di gravi patologie neurologiche.
Sotto le stesse logiche di massimizzazione del rendimento, a Jakarta ed in altre aree dell’Indonesia, è oggi in atto una produzione intensiva di rayon. Qui il problema non riguarda soltanto la salute umana, ma ma si estende a un vero e proprio disastro ambientale: la distruzione di una foresta pluviale, seconda per estensione solo all’Amazzonia. Le aree disboscate appaiono come ferite aperte nella foresta simili a chiazze brulle, punteggiate da timidi e spesso inefficaci tentativi di rimboschimento a ridosso di zone ancora intatte. In una società la cui identità si è formata per millenni attorno ai confini della foresta, questo stravolgimento ha innescato nuovi conflitti sociali, una “guerra tra poveri” in cui ogni singolo albero diventa oggetto di contesa a causa della rarità artificiale prodotta dalle logiche del capitalismo globale.
Un ulteriore esempio delle conseguenze della nostra domanda incontrollata di abiti si trova in India. Questo Paese, che ha costruito parte della propria identità e della propria indipendenza — dall’epoca del colonialismo britannico fino a Gandhi — ha fatto leva sul cotone attorno al cotone, è oggi coinvolto in una trasformazione profonda e problematica. Stavolta però, il cotone di cui si parla non è più quello inserito nel ciclo naturale delle coltivazioni tradizionali, ma il cotone geneticamente modificato Bt cotton, introdotto nel 2002 da Monsanto e Mahyco. In questa varietà è stato inserito un gene del batterio Bacillus thuringiensis capace di produrre oltre 200 tossine (Cry) dannose per numerosi insetti parassiti, riducendo inizialmente l’uso di pesticidi.
Se da un lato il cotone Bt ha permesso di dimezzare l’impiego di insetticidi e di raddoppiare le rese, dall’altro ha imposto costi insostenibili agli agricoltori: i semi sono molto più cari rispetto a quelli tradizionali (in media 22€ contro 2,5€/kg) e, soprattutto, sono sterili, rendendo impossibile il loro riutilizzo. Ciò costringe i produttori ad un acquisto annuale che li intrappola in un meccanismo economico sfavorevole.
A questo si aggiunge la selezione di parassiti resistenti, dovuta a fenomeni di competizione interspecifica, che ha reso necessario l’impiego di nuovi pesticidi, con un ulteriore aumento dei costi. L’indebitamento crescente ha spinto migliaia di agricoltori al suicidio.
Nei successivi passaggi della filiera tessile del cotone, la povertà lascia il posto ad attività più redditizie, come la trasformazione e la tintura dei tessuti. Si tratta tuttavia di una vittoria solo apparente, poiché queste fasi produttive comportano un enorme consumo di risorse idriche e una grave contaminazione delle acque, spesso dovuta all’utilizzo di metalli pesanti e sostanze chimiche altamente tossiche.
Quanto scritto in precedenza dimostra in modo inequivocabile come la nostra abitudine a comprare sempre più vestiti, attratti da prezzi bassi e da collezioni che si rinnovano incessantemente, produca per noi un vantaggio immediato e illusorio. Altrove, però, lo stesso meccanismo genera squilibri profondi: sfruttamento del lavoro, crisi sanitarie, devastazione ambientale e conflitti sociali. Il fast fashion non è, dunque, un fenomeno neutro né distante, ma un sistema globale che redistribuisce in modo iniquo costi e benefici. Ridurre il nostro consumo, informarsi sull’origine dei capi e ripensare il valore degli abiti che indossiamo non è solo una scelta etica individuale, ma un atto di responsabilità verso comunità e territori che pagano il prezzo più alto della nostra convenienza.
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