I vestiti dell’uomo bianco morto*

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I vestiti dell’uomo bianco morto*

di Alfredo Sanapo – – – –

Da alcuni mesi in molti Comuni del Sud Salento è stato sospeso il servizio di raccolta indumenti usati “a causa di criticità nella filiera nazionale del recupero tessile“. Da allora è possibile conferire i vestiti solo agli Ecocentri comunali in qualità di rifiuti ingombranti. Ma, forse, non tutti i mali vengono per nuocere…Vediamo perché.

Molti di noi sanno che vestiti usati, logori e di bassa qualità (e costo) vanno conferiti in impianti di raccolta idonei. Chi attua la consegna, lo fa in buona fede, animato da uno spirito di solidarietà e carità cristiana (“vestire gli ignudi”) verso le popolazioni che non hanno la fortuna di potersi vestire con la nostra stessa facilità. Quasi tutti sono informati su dove trovare i punti di raccolta di indumenti usati. Pochi, invece, sanno che in questi contenitori vi finiscono anche i resi (25%) a basso costo di alcuni negozi di abbigliamento che non si fanno carico delle spese di sanificazione e stiratura che diventano relativamente rilevanti. Ancora meno, purtroppo, conoscono la destinazione di questi abiti e le conseguenze negative a carico delle comunità riceventi: ad esse non facciamo altro che trasferire un problema che potremmo risolvere nell’ambito della gestione ordinaria dei rifiuti e che in quei luoghi rischia di amplificarsi e modificarsi.

Una possibilità, ad esempio, è l’arrivo dei nostri vestiti a Iquique, Cile, deserto dell’Acatama. Qui, gli abiti da noi consegnati divengono balle di 10 kg acquistate “a scatola chiusa” nei mercati locali. Solo il 10% dei vestiti importati viene rivenduto, mentre il resto diviene spazzatura andando ad alimentare la discarica a cielo aperto di Alto Hospicio, una dei tanti sterminati immondezzai cileni.

In alternativa, circa 15 milioni di nostri indumenti giungono ad Accra, capitale del Ghana. Gli abiti usati (chiamati “vestiti dell’uomo bianco morto“) giungono nel mercato più grande d’Africa, Kantamanto. Il 40% dei sacchi giunti contiene vestiti in buono stato o recuperabili, mentre il resto finisce nella immensa discarica della baraccopoli di Agbogbloshie. Qui la gente vive tra i rifiuti occupandosi di attività per il recupero di abiti malmessi ed allestendo improvvisati laboratori di riparazione, stiratura e tintura. Tutte attività che hanno ucciso l’industria tessile locale di qualità superiore ma poco competitiva perché più costosa dell’usato. Sulla spiaggia sabbiosa della città, inoltre, sono visibili cumuli di scarti tessili e vestiti che finiscono in mare dove si può osservare ad occhio nudo il fenomeno della formazione di microplastiche.

Al contrario, a Delhi, in India, dove arrivano pile di indumenti, non si formano montagne di rifiuti, ma immensi letti di abiti e ammoniaca. Qui i vestiti usati (soprattutto in cotone), infatti, non vengono rivenduti e riusati tal quali, ma prima sono tagliati in fini brandelli e poi trattati con discutibili sostanze chimiche. Lo scopo è ottenere un filato riciclato che finirà nella produzione made in India.

Dagli esempi proposti emerge chiaramente come le nostre abitudini possano generare, in paesi lontani, criticità che avremmo il dovere di gestire internamente. È necessario che l’agire solidale sia guidato dalla razionalità piuttosto che dalla sola emotività: il primo passo è ridurre il consumismo superfluo per evitare di saturare le discariche estere. Bisogna smettere di comprare cose inutili e, soprattutto, non trattare la solidarietà come un modo per svuotare i nostri armadi dai rifiuti: conferire abiti logori significa, di fatto, esportare rifiuti.

I casi esaminati consigliano la necessità di valutare se quei capi siano dignitosi per i fruitori finali (altrimenti la solidarietà diverrebbe egoismo). Solo agendo con razionalità e riducendo gli sprechi a monte potremo garantire un lieto fine vero per tutti, e non solo una bella favola per noi stessi.

*Estratto in riassunto da articolo apparso sul nr 39 de “il Volantino” del 6/12/2025

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  1. grazie Rosy,sei una lettrice veramente attenta e perspicace. complimenti....a nome di tutta la redazione di Querce.news