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“il mare della tranquillità” – di Alfredo Sanapo
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“il mare della tranquillità” – di Alfredo Sanapo
Il Mare della Tranquillità è una pianura lunare diventata famosa perché lì l’uomo vi ha messo piede per la prima volta. In senso simbolico, in quell’epoca, dopo conflitti, crisi e instabilità, il termine tranquillità rappresentava un “approdo calmo” per il desiderio umano di pace e Il bisogno di superare il caos. Nel contesto scientifico quel risultato dell’Astronautica rese la tranquillità anche simbolo di ambizione e fiducia nel futuro e nel progresso scientifico. In senso più profondo, ha rappresentato per il singolo equilibrio, senso, pace interiore, mentre per la collettività sopravvivenza cognizione, responsabilità e armonia.
Purtroppo, nel tempo e soprattutto nel linguaggio della politica italiana ed europea la parola tranquillità è diventata una sorta di feticcio. E mai, come in questo momento storico, avremmo bisogno dei suoi significati positivi. Sebbene tutti la invochino, pochi si chiedono cosa si nasconda davvero dietro questo sostantivo. A primo impatto, potrebbe riferirsi a strade senza proteste, mercati rassicuranti e istituzioni che funzionano senza scosse ma, osservata più da vicino, questa tranquillità rischia spesso di poggiare su apatia, disuguaglianze silenziose e una gestione dall’alto dei conflitti sociali. Negli ultimi anni l’Italia è stata descritta come un Paese stanco, attraversato da una crisi di fiducia che si traduce in astensione dalle urne e crescente disinteresse per l’informazione politica, soprattutto tra i giovani. Il paradosso è che, mentre le piazze rimangono relativamente tranquille e il confronto sociale appare smorzato, la distanza tra cittadini e istituzioni aumenta, alimentando quella che gli studiosi chiamano “democrazia a bassa intensità”: stabile nella forma, povera di partecipazione nella sostanza.
Lo stesso mito della tranquillità attraversa il dibattito europeo, dove prende la forma della “stabilità a tutti i costi”. In diversi Paesi si parla di “stabilitocrazie”, ossia regimi che sventolano l’argomento dell’ordine per giustificare leggi più dure sulla sicurezza, limitazioni al dissenso e un controllo più marcato sugli spazi della società civile. In questo scenario, l’UE appare divisa tra la retorica ufficiale di difesa dei diritti e la tentazione di chiudere gli occhi quando la tranquillità interna viene garantita a prezzo di una compressione delle libertà. A farne le spese sono i ceti popolari e le periferie, dove la mancanza di servizi pubblici, lavoro stabile e prospettive concrete alimentano un malessere che di rado trova voce organizzata. Qui la tranquillità è quella dell’abbandono: quartieri senza proteste di massa ma con una diffusa rassegnazione che ogni tanto esplode in forme di protesta improvvisa o si traduce in voti di protesta verso forze anti‑sistema. È una calma solo apparente, che somiglia più al silenzio di chi non si sente ascoltato che ad una reale pace sociale.
Di fronte a tale ambiguità, il giornalismo e la politica hanno un ruolo cruciale: smettere di usare la tranquillità come sinonimo di “buona salute della democrazia“. Raccontare le crepe dietro la superficie ordinata – l’astensione record, le disuguaglianze territoriali, la compressione degli spazi di critica – significa restituire complessità ad un Paese e ad un continente che rischiano di confondere il silenzio con il consenso.
La vera sfida, dunque, non è difendere una tranquillità fragile, ma costruire un conflitto democratico maturo, capace di trasformare il disagio in partecipazione e il malcontento in progetto politico condiviso.
Alfredo Sanapo
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