tricase1966@tiscali.it
Lezioni di volo
- Home
- Lezioni di volo
Lezioni di volo
di Alfredo Sanapo – – –
In un momento in cui la politica pugliese pare volare basso e cerca di gestire la complessità attuale con metodi vecchi, occorre uno slancio a dir poco miracoloso: S. Giuseppe da Copertino, il “santo dei voli” ha segnato l’esempio di un riscatto dalla limitatezza del sensibile. Non potendo fare miracoli, non ci resta che salire di quota verso valori e riferimenti di qualità.
IL SANTO: VITA, VOLI E VISIONI
Vi è una forza nel Salento che sfida la gravità, non solo quella fisica ma anche quella del pensiero logico. Una forza dal volto umile e trasognato di un frate del XVII sec.: Giuseppe Desa, nato a Copertino in una stalla, quasi a presagire un’esistenza vissuta ai margini della normalità. S. Giuseppe da Copertino, patrono della nostra terra assolata e barocca, non è un santo come gli altri. È il “santo dei voli”, l’uomo la cui estasi mistica si traduceva in levitazioni spettacolari, in un corpo che si liberava dal peso della materia per abbandonarsi al divino.
I racconti devozionali che ne hanno tramandato la memoria narrano di un giovane lento nell’apprendimento al punto da essere appellato “Frate Asino“, ma con un’anima così ardente da non poter essere contenuta entro i confini terreni. Bastava la menzione del nome di Gesù o di Maria o la vista di un’immagine sacra, e Giuseppe si sollevava da terra. Volava sopra gli altari durante la Messa, si posava sui rami degli ulivi, lasciava attoniti confratelli, nobili e popolani. Un prodigio che attirò su di lui non solo la venerazione delle folle ma anche il sospetto del Sant’Uffizio, che lo costrinse ad un lungo esilio, isolandolo per timore che quel carisma potesse ingenerare fanatismo.
Ma la figura di Giuseppe non si è mai lasciata imprigionare, né dalle celle dei conventi né dalle definizioni teologiche: ha continuato a volare nell’immaginario collettivo, diventando un potente simbolo per chi ha saputo guardare oltre il racconto edificante. Nessuno forse ha saputo cogliere la sua essenza radicale e scandalosa meglio del compianto Carmelo Bene. Per lui, attore e regista, figlio ribelle della nostra terra, il frate di Copertino era la negazione della ragione, un cortocircuito vivente tra sacro e follia. Erano le sue stesse parole a tracciare una linea di demarcazione netta: “Ci sono due tipi di santità. C’è la santità che sa. S. Tommaso d’Aquino, per esempio. E poi c’è la santità che non sa. Giuseppe da Copertino, il santo illetterato. Il santo-idiota. L’unico santo che mi interessi“. In questa “santità che non sa”, Bene vedeva l’apoteosi del gesto che annulla la parola, del corpo-attore che si sottrae alla logica del mondo: un’estasi fisica, incomprensibile e perciò potentissima.
Se Bene ha esplorato l’anima performativa e dissacrante del santo, lo studioso salentino Franco Contini ne ha invece ancorato il mistero alla terra e alla storia. Attraverso l’analisi rigorosa delle fonti e del contesto culturale, Contini ha restituito la complessità del fenomeno, spiegando come “S. Giuseppe non è solo il santo che vola, ma è il prodotto e l’interprete di un’epoca, il ‘600, lacerata tra il bisogno di un sacro spettacolare e la paura dell’eresia“. Si comprende in tal modo come quella figura, sospesa tra la venerazione delle folle e il sospetto della Chiesa, sia diventata un potente catalizzatore di speranze e un punto di riferimento identitario per un intero popolo.
Questa spettacolarità trovò la sua consacrazione visiva nell’opera di un pittore romano, Giuseppe Cades. Alla fine del XVIII sec., in occasione della canonizzazione del santo, egli fu incaricato di dipingere il ciclo di tele nella Basilica di Osimo, dove il santo morì. Le sue opere, permeate da un classicismo drammatico, fissarono per sempre nell’iconografia ufficiale l’immagine di Fra’ Giuseppe a mezz’aria, con lo sguardo rapito verso il cielo e le braccia aperte. Cades riuscì a tradurre il racconto agiografico in un’immagine universale, consegnando alla storia dell’arte la rappresentazione definitiva di quel corpo che vinceva la gravità.
Oggi, S.Giuseppe da Copertino rimane una figura stratificata. È il patrono degli studenti, lui che a malapena superò gli esami grazie a un miracolo. L’umile frate venerato nelle processioni è l’incarnazione di una spiritualità irriducibile, un enigma che continua a interrogarci. Il suo volo è una metafora perenne della capacità umana di trascendere i propri limiti, un invito a guardare oltre la superficie del reale, un’eredità preziosa per il Salento che ha sempre saputo coniugare la concretezza della pietra con l’aspirazione infinita al cielo.
IL MIRACOLO ATTESO DALLA POLITICA
In questa propensione alla trascendenza, di sfida alla gravità del pensiero e dell’agire, simbolicamente, il santo incarna la capacità di elevarsi al di sopra delle contingenze terrene, di superare i vincoli materiali e di aspirare a qualcosa di superiore. I suoi voli rappresentano una rottura con ciò che è statico, prevedibile. Traslando questa immagine all’attuale politica della Regione, caratterizzata negli ultimi due lustri da dinamiche consociative nella gestione, fatte di accordi trasversali e di spartiziono del potere, è palese quanto la Puglia necessiti di “voli” simili. Di una discontinuità travalicante questo modus operandi che ha frenato l’innovazione e il progresso ed impedito la piena trasparenza, generando una percezione di immobilità e scarsa responsabilità. Sull’esempio di S. Giuseppe il nuovo governo regionale dovrebbe liberarsi dai pesi della vecchia politica per trovare nuove traiettorie, inaspettate e magari virtuose.
Questo significa porre maggior attenzione alla meritocrazia e alla competenza nella gestione della cosa pubblica, promuovere un dibattito aperto e inclusivo, dove le decisioni siano il frutto di una chiara visione strategica condivisa con le comunità locali e superare le rendite di posizione per dare spazio a nuove energie. Un rinnovamento culturale e politico capace di immaginare e realizzare una Puglia che non si accontenti di galleggiare, ma che sappia spiccare il volo verso un futuro di equità, sviluppo sostenibile e partecipazione democratica. Solo così la Regione potrà svincolarsi dal peso delle sue “zavorre” politiche e raggiungere nuove altezze, proprio come i voli estatici di San Giuseppe da Copertino hanno sfidato le leggi della fisica.
Allo stesso modo, nella presentazione delle liste dei candidati alla Regione del collegio provinciale di Lecce, si richiede quella discontinuità per non ritornare al vecchio marchio che rendeva la provincia nota per la disoccupazione, l’arretratezza nei trasporti e la cronaca nera e ritrovare quella spinta di affrancamento da quell’ignominia che le ha consentito di approdare al brand “Salento d’Amare“. Pertanto, è giunto il momento di proporre e premiare quei progetti che vogliono rilanciare ancora il territorio: non più le chiacchiere populiste e ammaliatrici espresse in un politichese trito e ritrito, non più le visite di cortesia laddove c’è un problema ad alta risonanza mediatica (ospedali in chiusura, discariche aperte per proroga, fabbriche in agitazione ecc.) al mero fine di accalappiare voti.
Si auspica, dunque, sulla scorta della lezione di volo di Frate Asino, un salto di prospettiva per cui avere la capacità di sognare in grande e di agire con coraggio divenga fondamentale per una politica che voglia davvero servire i cittadini.
- Share

